Un pizzico di gratuità sulle ferite


Anche noi abbiamo ferite che bloccano la nostra quotidianità…

Il 29 ottobre 2018 una concomitanza di diversi fattori ha fatto scatenare sull’arco alpino tra Lombardia e Friuli una violenta tempesta, chiamata in seguito Vaja. Le immagini mostrarono e ancora mostrano, sui crinali dei monti, centinaia di alberi “pettinati” dal vento, sradicati; nei torrenti e laghi altrettanti tronchi. Impressionante.

In questi mesi molti volontari, oltre alle imprese, hanno già fatto moltissimo: mappature, messa in sicurezza o pulizie sistematiche. 

Io ed altri miei compagni abbiamo passato qualche giorno di vacanza sulle dolomiti bellunesi e abbiamo avuto modo di osservare i danni ancora presenti e anche di attraversare un tratto di questi boschi ancora devastati (colpa nostra che non abbiamo controllato né sul sito del CAI, né abbiamo chiesto: tutto è online e facilmente accessibile). Tra l’esperienza in montagna e la giovane età ne siamo usciti tranquilli, quasi divertiti dall’avventura inaspettata, ma la proporzione del disastro era schiacciante: tronchi di larici quasi secolari, abeti dal diametro di quasi un metro che coprivano totalmente una stradina forestale, lasciando solo trasparire il percorso. E a quattro zampe o a cavalcioni di questi alberi avremo fatto solo un paio di chilometri al massimo.

Riguardando poi questa esperienza, il pensiero andava a quante persone hanno dedicato e stanno dedicando il proprio tempo a prendersi cura di queste enormi ferite nella montagna: chi tagliando, chi risegnando i sentieri, chi aiutando nel coordinamento… Migliaia di persone che, a poco a poco, fanno un servizio gratuito senza alcun ritorno, dando la possibilità di beneficiare del passaggio e dei paesaggi a molti escursionisti, famiglie o a gente del luogo.

Quante volte anche noi abbiamo ferite che bloccano la nostra quotidianità, alberi che sbarrano la strada, che ci fanno disperare per il futuro! A me è capitato e molte volte: la cura, o ciò che ha agevolato la guarigione, è stata una parola o un incontro gratuito. Una persona sbucata dal nulla che, brandendo una motosega, ha aperto un varco in pochi secondi. Una brezza che, facendo voltare lo sguardo, ha fatto notare un passaggio che non avevo visto.

Gesti e situazioni quotidiani, piccoli e gratuiti che si sono presi cura del mio dolore, di una ferita che c’era ma che poi iniziava a rimarginarsi. E può chiamarsi Vaja, come solitudine, abbandono, scelta sbagliata, abbandono

E allora grazie a tutti voi che ci aiutate nelle ferite, spesso anonimi eroi che ci lasciate solo un segno del vostro passaggio: finalmente un raggio di sole che fa prendere coraggio e speranza, che aiuta a farsi prossimo nei boschi altrui.


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