Il mondo sottosopra

Se lo straniero sono io…

“First World Scholastic [scolastico”, gesuita che studia in vista dell’ordinazione sacerdotale, NdA]!”. Questo è l’epiteto che spesso mi viene affibbiato da alcuni compagni gesuiti asiatici qui a Manila. Chiaro, il tutto rientra nell’ambito dello “sfottò” tipico del gesuita in formazione (e non solo), ed è per noi fonte inesauribile di risate e scambio di battute. Tuttavia, questo scherzo mi dà sempre da riflettere sull’esperienza che sto vivendo come unico europeo alla Loyola School of Theology, una comunità di studenti di teologia provenienti da tutti i continenti (Africa, Asia, America Latina, Oceania), meno quelli che appartengono al cosiddetto Occidente. Certe cose, mi rendo conto, si capiscono solo rovesciando radicalmente la nostra prospettiva. Nel mio caso, si trattava di mettere “sottosopra” la mia visione del mondo.

Finché sono vissuto in Europa, ho chiaramente conservato il nostro abituale punto di osservazione: quello per cui l’Europa è sempre il centro prospettico delle nostre cartine geografiche; quello che esalta il valore della storia e della cultura europea, quasi fossero il punto massimo raggiungibile dall’ingegno umano; quello per cui i disastri naturali, la fame, la povertà estrema, la privazione delle libertà elementari, le guerre, ecc. sono cose che si vedono solo in televisione o su internet; quello per cui bisogna discernere attentamente le reali motivazioni che spingono tanti stranieri a premere sui nostri confini; quello per cui non si capisce perché “tanti nel mondo ce l’hanno con noi, con i nostri modelli culturali e di sviluppo. Alla fine, se funzionano da noi, perché non dovrebbero funzionare anche per loro?”; quello per cui il Cristianesimo è indissolubilmente legato alle sue radici ebraiche ed imbevuto di cultura classica greca e latina, e la teologia non può che parlare una lingua europea e usare concetti occidentali.

Al mio secondo anno di permanenza nelle Filippine, sto sperimentando, talvolta mio malgrado, un radicale rovesciamento di prospettiva. Guardare l’Italia e l’Europa da questa parte di mondo è un’esperienza per certi versi disorientante. Come appare da queste isole il nostro continente? Anzitutto, estremamente lontano, esotico (sì, come in questa parte di mondo pesche e albicocche sono frutti esotici, e l’idea stessa delle quattro stagioni una curiosità meteorologica). Stando qui, ho capito che esiste un mondo intero che soffre, lotta, spera senza minimamente percepire le nostre sfide e preoccupazioni: l’immigrazione, il debito pubblico, la crisi di identità europea, la “scristianizzazione”, la crisi della Chiesa europea e di quella statunitense sono tutte realtà lontane anni luce dalla quotidianità di miliardi di persone che vivono al di fuori dei nostri ben presidiati confini. In secondo luogo, Europa e Stati Uniti d’America da qui appaiono come cittadelle fortificate, dalle dimensioni quasi trascurabili rispetto all’enormità del resto del mondo e, ciononostante, capaci di influenzarlo e dominarlo economicamente e culturalmente. Il nostro fortino occidentale fa pagare caro al resto del mondo (quello “vero”, sarei tentato di dire) il prezzo del suo benessere, in termini di povertà, di cambiamenti climatici (i cui effetti qui sono pienamente dispiegati), di privazione di libertà e diritti elementari e di sistematica denigrazione e cancellazione dell’identità culturale di questi popoli.

Inizialmente mi sorprendevo a sentir definire come “occidentali” concetti teologici, sistemi filosofici e teorie psicologiche a cui ero del tutto abituato. Ho scoperto davvero come noi europei tendiamo con molta facilità a definire “universale” un prodotto del nostro ingegno che in realtà è frutto specifico del nostro contesto storico, culturale e geografico; noi europei, allo stesso modo, bolliamo facilmente come “relativismo” ogni visione del mondo che parte invece da altre prospettive e altri punti di osservazione. Per noi la realtà e la verità sono tali solo se osservate e misurate con i nostri strumenti.

Eppure oggi mi è più chiaro quando un Asiatico, partendo dalla sua visione profondamente comunitaria della società umana, obietta sull’eccessivo individualismo talora insito nei nostri proclami sui diritti umani, o nei nostri criteri per determinare il benessere psicologico della persona; quando un Filippino afferma il valore della fisicità e del sentimento profondo delle sue devozioni popolari, contro ogni tentativo di critica illuminista e razionalista; quando un Africano reclama di poter portare nella liturgia la sua anima e la sua sensibilità culturale (che non potrà mai essere rispecchiata nel puro e semplice Rito romano); quando un Latino Americano insiste nel proclamare che il messaggio e la missione di Gesù erano rivolti a tutti, ma specialmente ai più poveri, a quegli emarginati che reclamano a gran voce giustizia e dignità per le strade delle sue città.

Sì, forse tutto questo me lo sarei potuto più o meno figurare leggendo libri e documentandomi. Ma l’essere sradicato e innestato in un contesto totalmente altro, l’esperienza che qui sono io lo straniero che deve fare lo sforzo di entrare in una cultura e in un mondo i cui codici di accesso risultano così diversi e sfidanti, mi stanno dando un tipo di conoscenza e di apertura ben diversi. Stando qui ho cominciato a capire davvero quello che Papa Francesco voleva intendere quando ha detto: “La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro”. Ed è significativo che un’affermazione del genere provenga da un Papa che, come egli stesso ha affermato, è venuto “dalla fine del mondo”. Forse è proprio questo, detto per inciso, ciò che tanti oppositori nostrani di Papa Francesco non riescono a perdonargli: non le sue posizioni dottrinali, non il suo tratto affabile e informale, non il suo amore per i poveri e gli emarginati, ma, più radicalmente, il fatto di non essere europeo.

Il mondo, visto da “sottosopra”, pare davvero diverso, persino “altro”. Eppure, a ben vedere, è sempre lo stesso: l’umanità ci accomuna, e, per chi crede, l’Amore liberante che Dio riversa su di noi per mezzo di Gesù. Il fatto che ci siano più punti di osservazione, più punti di accesso a questa realtà, non si deve considerare un limite da neutralizzare a tutti i costi imponendo soluzioni forzatamente universali. Tale varietà, di certo non semplice, rappresenta la sfida che può aprire ad un continuo e appassionante cammino di condivisione e ricerca.

La Scrittura ci ricorda: “Amate dunque il forestiero, anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto” (Deuteronomio 10, 19). Forse il modo migliore per guardare al nostro mondo è proprio attraverso lo sguardo umile e aperto dello straniero.

Foto di Eldon Vince Isidro

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