Perché salvare la storia?


Forse non sono solo nomi e date

“Studiando la storia, si conoscono un sacco di persone… morte, ma tutte molto simpatiche”. Così disse una volta il mio professore di Storia medievale, prima di passare a spiegare la Cronica di quel gran pettegolo che era Salimbene da Parma, un frate del XIII secolo senza troppi peli sulla lingua.

Questa frase mi è venuta spesso in mente questo anno, in cui lo studio della storia è tornato in primo piano nella cronaca, dopo che il Ministro dell’Istruzione Bussetti aveva annunciato l’abolizione della prova di Storia all’esame di maturità. La motivazione data era il fatto che pochissimi studenti la sceglievano.

Questa notizia ha suscitato reazioni su moltissimi livelli. Molti studenti e giovani si sono mobilitati e hanno fatto sapere il loro dissenso attraverso i social. Un esempio è il lancio dell’hashtag #RiprendiamociLaStoria promosso da Repubblica su Instagram e Twitter. Poi è venuto il turno degli accademici. Il 25 aprile 2019 lo scrittore Andrea Camilleri, lo storico Andrea Giardina e la senatrice Liliana Segre, insieme a un gruppo di professori e studiosi del settore umanistico, hanno sottoscritto un appello rivolto al Ministero e pubblicato ancora da Repubblica (che adesso ognuno può sottoscrivere). Di recente, la carenza dello studio della storia è stata anche oggetto del convegno annuale della Gilda degli Insegnanti.

Questo dibattito mi ha fatto ripensare ai tempi in cui ho studiato Storia a Milano e a cosa questi studi mi hanno lasciato. E la frase del mio professore, anche se detta come una battuta, forse nasconde qualcosa di più profondo.

Sicuramente, uno degli aspetti più faticosi e noiosi era quello di imparare a memoria una serie infinita di date, di luoghi e di personaggi dai nomi improbabili. Ricordarsi quali battaglie avevano combattuto o quali editti avevano promulgato. Come si possono scordare tutte le varie ramificazioni in cui si divise il PSI nel corso del ‘900! Quante volte a ripetere la litania “Turati, Prampolini, De Felice, Bissolati…”!

Al di là di questo, tuttavia, ciò che più mi affascinava era l’esercizio di entrare per un po’ nel mondo di un’altra persona. Quando leggi cronache, documenti, diari, quando visiti qualche monumento, ti viene data la possibilità di accedere al mondo di qualcun altro. Un uomo o una donna che non ci sono più, con un modo di pensare, un modo di vedere le cose, un linguaggio, un sistema di valori diverso, a volte di più a volte di meno, dal mio.

Probabilmente è l’esercizio più difficile che uno storico deve compiere. Questo richiede tre passaggi:

  • Il primo è quello di togliersi gli occhiali: quando ci accostiamo alla vita di un personaggio storico, a un evento particolare, corriamo il rischio di guardarlo con gli occhiali di noi uomini del 21° secolo, con il nostro metro di giudizio, con la nostra scala di valori. La lente più insidiosa, probabilmente, è quella del “senno di poi”: noi sappiamo che Napoleone ha “sbagliato” quando ha scelto di invadere la Russia, ma solo perché sappiamo anche che è stato l’inizio della sua fine, cosa che Napoleone stesso non immaginava.
  • Il secondo è quello di vestire i panni di un altro: non basta conoscere i propri pregiudizi, ma bisogna anche cercare di capire chi è la persona che sto studiando, qual è il mondo in cui vive, cosa pensa, cosa legge, quali sono i suoi ideali. Così da entrare in empatia con lui, di vedere le cose come lui le vedeva. Un esempio molto bello si trova ne Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg. Questo storico ricostruisce in alcuni capitoli tutto il mondo di Menocchio, un mugnaio del XVI secolo che era stato accusato di eresia dall’Inquisizione.
  • Il terzo passaggio, infine, è quello di ritornare al futuro: noi, effettivamente, abbiamo una conoscenza maggiore di quella che il nostro personaggio storico aveva di sé stesso, abbiamo una visione più ampia del contesto in cui viveva e delle conseguenze di ciò che è avvenuto, perciò possiamo comprendere (non tanto giudicare) meglio di come lui stesso avrebbe fatto.

Nel dibattito di questi mesi si è parlato della storia come di una disciplina che sviluppa il senso critico. Certamente, quando leggi vari documenti che raccontano uno stesso fatto in modi completamente diversi, devi essere capace di guardarle criticamente e capire dove si trova la verità. Pensate che in università ci sono interi corsi di esegesi delle fonti dedicati proprio a questo.

Ma credo anche che la capacità critica che la storia sviluppa sia su un altro livello più profondo. L’appello scritto da Camilleri, Segre e Giardina dice che “Lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e impegnandosi nella loro diffusione”. Forse la capacità critica si rivolge non tanto alle fonti, quanto a noi stessi.

Come dicevo prima, l’esercizio che preferivo era quello di conoscere le persone, mettendo da parte i miei pregiudizi e vestendo i loro panni. Questo me le faceva vedere con grande simpatia, mi faceva gioire per i loro successi e arrabbiare per i loro errori. Soprattutto, mi faceva conoscere i miei pregiudizi, i miei schemi mentali, a volte migliori e a volte peggiori rispetto ai loro. Così, tornando a me stesso, avevo una maggiore visione critica della mia cultura e delle mie idee.

Chissà che l’aumento dello studio della storia chiesto dai sottoscrittori dell’appello non debba essere un miglioramento più qualitativo che quantitativo, come in un certo senso anche il ministro Fioramonti auspicava. Magari, se si mostrasse di più come lo studio della storia può farci crescere come uomini, come cittadini, allora si apprezzerebbe di più anche imparare a memoria tanti nomi e date?


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