Relazioni inaspettate ai tempi del Coronavirus

Salim

È tempo d’incontri rarefatti. Cominciamo a sentire la mancanza persino del collega lunatico il lunedì mattina, della suocera bisbetica e indomabile, del professore soporifero, per non parlare degli amici più cari, compagni di bevute e rivali sportivi. Inoltre, la possibilità d’incontri inaspettati – bellezza quotidiana di cui forse solo ora siamo consapevoli – è ridotta ai minimi termini. Ma è proprio così? Non si aprono forse dei nuovi orizzonti – prima inimmaginabili – nelle nostre relazioni quotidiane? Meeting lavorativi in modalità smart-working, riunioni familiari allargate in videoconferenza e lezioni online diventano incontri a distanza in cui la comune difficoltà origina sintomi di prossimità.  E la gratitudine per la cassiera al supermercato, il sorriso solidale con il giornalaio o le inaspettate discussioni tra coinquilini e familiari sono frutti da coltivare in questa fase2 ormai alle porte. Senza nulla togliere alla sofferenza vissuta, alle ferite subite – indelebili compagne d’avvenire – valorizziamo le nuove opportunità d’incontro.

Io vorrei parlare di Salim, ragazzo bengalese edicolante sotto casa. Sono consapevole solo a inizio pandemia del grande privilegio di essere il “giornalaio di casa”, autorizzato a uscire ogni giorno per dare alla comunità il nostro giornale quotidiano. Con più tempo (e loquacità) a disposizione – a debita distanza ma ravvicinati dalla forza del sorriso – iniziamo un dialogo inaspettato.

Salim, 38 anni, mi stupisce per la leggerezza carica di positività con cui vive nel nostro Paese. Arrivato in Italia nel 2005, a cuor leggero mi confida il desiderio di rimanerci tutta la vita. Ama gli italiani e come l’hanno accolto. Fino al giorno in cui si è sposato è stato ospite del suo datore di lavoro, Giampiero, per lui un secondo padre. Non lesina complimenti al cibo italiano, ironizzando sullo stereotipo della nostra cucina diffuso all’estero: “se ho pasta e pizza non ho bisogno d’altro”. E ama l’arte e l’architettura: “In Italia in ogni città c’è qualcosa di bello”. Ancora non si è assuefatto alla bellezza di Roma, di cui è grato. Solo il cinema italiano contemporaneo non lo convince molto.

E la sua attività di edicolante? Ha grande rispetto per il lavoro: “qualsiasi cosa che fai è la massima possibilità; il lavoro non è uno scherzo, è una grande responsabilità. Non si arriva a fine mese solo per prendere lo stipendio”. Per lui ogni professione è un’attività da vivere pienamente, per trarne perle di positività in tutti i momenti. E si vede: è amato nel quartiere, scambia due chiacchiere con tutti. Ogni acquisto non si esaurisce nello scambio di una merce (rivista o quotidiano), ma si ricarica di quel valore senza prezzo costituito dalla relazione. Un sorriso per tutti e l’acquisto di un quotidiano diventa un momento significativo della propria giornata. Senza studi di economia civile alle spalle incarna in sé in modo gratuito e spontaneo il concetto di bene relazionale, qualità a volte assente in altre professionalità.

La sua preoccupazione per il futuro è Safa (Chiara), sua figlia di 16 mesi. Vorrebbe poterle garantire sempre l’essenziale per vivere e l’educazione necessaria per una vita dignitosa, oltre a sognare per lei la possibilità di vivere l’amore “in modo vicino al cuore”. Ma in fondo, mi dice, tutti i genitori pensano questo, “non c’è colore” per questi pensieri.  È grato per le sue possibilità: “quello che ho va bene, grazie; quello che non ho, grazie lo stesso a Dio”. Nelle sue semplici frasi riecheggiano echi stoici; mi tornano alla mente le parole di Epitteto: “Non cercare di far si che gli eventi siano come tu vuoi, ma voglia che gli eventi siano come sono e vivrai sereno”  .

Certo gli manca il Bangladesh, la sua cultura, i suoi genitori; però si sente fortunato perché “ha due culture: italiana e bengalese”. Tuttavia, non nasconde la preoccupazione per il suo Paese, non attrezzato a gestire l’epidemia del COVID-19. Sogna di fondare un’associazione per fornire l’assistenza sanitaria ai più poveri del Bangladesh.

Una mattina mentre parlo con lui arriva uno e gli offre un caffè. Salim, musulmano e all’inizio del Ramadan, rifiuta; l’altro se ne va prendendolo in giro “manco il caffè te vo’ piglia! tu si scemo…”. È uno tra i tanti che – nei dintorni di San Saba –gli portano la colazione, o il caffè da casa. É il bel volto del quartiere che ancora non conoscevo.

L’interruzione mi offre l’occasione per qualche domanda su come vivrà il Ramadan, in un tempo così particolare. “Il Ramadam non è mio, arriva da Dio, dalla mia fede. Il tempo come oggi è già stato in passato. Oggi le moschee sono chiuse, ma nessuno blocca il tuo pregare, puoi pregare da casa, dal tuo lavoro. Certo è difficile, non puoi vedere i vicini, gli amici.”  La difficoltà maggiore sarà nell’aiuto all’altro. La sua fede – mi racconta con convinzione – richiede l’attenzione agli ultimi, ai poveri; e questo soprattutto nel periodo del Ramadan. E mi assicura la necessità di farlo con discrezione, senza voler apparire. Mi risuonano le belle parole del vangelo di Matteo: “Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,  perché la tua elemosina resti segreta (Matteo, 6 3-4)”. Soprattutto – mi precisa – l’attenzione va posta nei confronti di chi riceve; perché non si senta umiliato dal gesto di carità.

Ora però, vive con sofferenza i limiti delle restrizioni; renderanno più difficile l’iniziativa di supporto ai bisognosi. Non capita spesso – in questo tempo – di sentire lamentarsi non per la restrizione alla libertà personale, quanto per la difficoltà nell’aiutare gli altri.

Alla mia domanda su come vive l’esperienza della preghiera, risponde “Quando tu preghi ti senti leggero, e in pace.”

Così ogni mattina ci salutiamo con la promessa di pregare l’un per l’altro. La vicinanza nella preghiera quotidiana rende più bello ogni incontro e il dialogo con lui è una delle piccoli-grandi grazie non richieste di questo periodo, un aiutino per poter gustare il sapore della semplicità.

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