Turiddu, salvatore di nome e di fatto

Rendere grazie per coloro che ci mostrano il dono della vita

“Hanno ammazzato compare Turiddu!”, è il grido con cui si conclude la celebre Cavalleria Rusticana di Mascagni. La storia di Cavalleria Rusticana mi riguarda da molto vicino: mio nonno materno, infatti, si chiamava Turiddu.

Turiddu non è di certo un nome comune delle mie zone d’origine, le campagne che circondano i carsici Monti Berici vicentini, con distese di coltivazioni agricole, numerose fabbriche e cinquecentesche ville palladiane, dove i nobili veneziani un tempo venivano a passare le loro vacanze. Preciserei, anzi, il nome di mio nonno è unico. Non credo altri vicentini si siano mai chiamati come lui. Se ci fossero sarei ben felice di conoscerli.

Turiddu in siciliano è diminutivo di Tore, cioè Salvatore, ed è il protagonista dell’opera di Mascagni, dalla trama drammatica. Mia bisnonna diede a suo figlio questo nome perché, quando era incinta, vide “Cavalleria Rusticana” e se ne innamorò (non vi è alcun riferimento, invece, nel nome di mio nonno al bandito Salvatore Giuliano!). E io, onestamente, da bambino sono sempre rimasto incuriosito da mio nonno, che di curioso non aveva solo il nome.

Era un commerciante stimato di Lonigo, il paese dove viveva; aveva un piccolo supermercato. Il suo nome insolito l’aveva aiutato nell’attività commerciale, in quanto capitava che le persone che non lo conoscevano pensassero fosse meridionale, e questo creava in un primo momento un’aura di suspence enigmatica. Lui ovviamente ci giocava … Dai racconti che mi sono stati tramandati era davvero una bella persona, amato e generoso con tutti. Aveva aiutato parecchia gente col suo lavoro.

Purtroppo ebbi modo di conoscerlo ormai anziano, colpito da una trombosi cerebrale che lo aveva privato di molte facoltà mentali. Era un po’ come un bambino, e aveva bisogno di essere accompagnato e seguito. Nonostante questa sua condizione si era profondamente affezionato a me, l’ultimo arrivato dei quattro fratelli della mia famiglia, e, a suo modo, mi aveva preso teneramente a cuore.

Amava tantissimo disegnare a tempera; dei suoi disegni si sono riempite le case di parenti e amici. Mi trasmise il suo amore per la bellezza, che oggi coltivo personalmente nella mia passione per la musica, attraverso il suono del violino. Mi piace pensare, ma non è poi un pensiero così distante dalla realtà, che l’amore per l’arte, oltre all’amore di chi si è preso cura di lui, fu ciò che gli permise di sopravvivere dieci anni dopo la trombosi, e donare quindi a me la possibilità di gustarlo come persona. Averlo conosciuto in uno stato di invalidità, mentre ero un bambino, fu una grande esperienza umana, che mi segnò. Mio nonno morì quando avevo circa 11 anni.

Turiddu è per me un salvatore, di nome e di fatto. Mi ha fatto comprendere che la vita è un dono meraviglioso, va assaporata fino in fondo, anche quando presenta delle difficoltà. E sicuramente, per Turiddu, l’ultima parte della vita non fu una passeggiata. Per me riportare alla memoria la sua figura, i suoi disegni, il tempo passato con lui, è un esercizio spirituale che funge da antidoto contro ogni lamentela e scoraggiamento. Quando vedo tutto storto, la vita non è quella che volevo e sono deluso (questi pensieri talvolta possono capitare a ogni uomo e ogni donna), pensare a Turiddu mi fa cambiare sguardo e mi porta a dare profondo valore al bello che c’è, anche dove le vicende e la negatività mi vorrebbero portare altrove. Questo mi consente, insomma, di vivere veramente, perché valorizzo con realismo tutto ciò che sono e che ho, al di là dei limiti che possiedo o incontro.

La storia di Turiddu è per me una parabola, nel senso evangelico del termine, una buona notizia per me. Tutti coloro che, in qualche modo, nei momenti oscuri e difficili ci fanno percepire la vita come dono, sono per noi salvatori. Ognuno ne ha nella propria storia, se guarda con attenzione. Così è anche il Salvatore, Gesù Cristo. Sì, bisogna guardare con attenzione, perché, come Lui ci ricorda, il Regno dei Cieli è nascosto a chi superbo, ritiene di avere tutte le risposte, ma visibile a chi, con cuore povero, contempla il dono della vita senza troppe complicazioni.  Questo è un cammino continuo, chiaramente, ma il Signore non si stanca di accompagnarci, anche mettendo sulla nostra strada delle persone che ci aiutano a cambiare sguardo, e perché no, rende noi stessi salvatori in questo senso per altri.  I nostri sepolcri, come quell’antico sepolcro di duemila anni fa, sono vuoti ormai. La morte è vinta, e la vita ci è ridonata, salvata.

Qui potete ascoltare il celebre “Intermezzo sinfonico” di “Cavalleria Rusticana”, che è passato alla storia come pagina musicale di rara bellezza, eseguita spesso come encore dalle orchestre, durante i concerti. A me dà molto il senso del dono.

 

Immagine di copertina di Johan Mouchet su Unsplash

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