Tre lezioni in economia


Molte persone potrebbero pensare che l’economia riguardi solo i numeri, le forze di domanda e offerta nei mercati, i politici che decidono quanti soldi dare alla gente, i commercianti ben vestiti in giacca e cravatta a Wall Street. Dopo la più recente crisi finanziaria del 2007-08, l’”Economia”, una parola greca che significa “gestione della famiglia”, potrebbe aver assunto un significato più astratto, scollegato dalla vita di molti. Una situazione in cui gli interessi dei pochi, che cercano di aumentare il valore del loro patrimonio da milioni a miliardi di dollari, infine, ha determinato lo stato di povertà di tanti altri.

Oggi vorrei riflettere su 3 principi  basilari di economia che – credo – abbiano qualcosa da dire sulla nostra famiglia, sul modo in cui pensiamo e interagiamo con il mondo, e sulle persone che stanno intorno a noi.

 

1. La prima cosa che il mio primo insegnante di economia nella scuola secondaria disse, appena fu entrato in classe, fu che “Viviamo in un mondo di desideri umani infiniti, ma con risorse limitate e finite”.

Nella vita di tutti i giorni, ci ritroviamo con desideri costanti che ci spingono a volere sempre di più. Da una parte, questo desiderio umano illimitato e infinito può diventare una motivazione per migliorare noi stessi, per crescere e per non essere felici rimanendo nella nostra comfort zone. D’altra parte, questo desiderio implacabile può diventare distruttivo, in quanto può portarci a sentirci ansiosi. Potremmo sentire che qualsiasi cosa facciamo non è mai abbastanza perché c’è sempre qualcosa di meglio, quindi corriamo e inseguiamo la luce alla fine del tunnel in preda alla disperazione.

Ci confrontiamo con persone che potrebbero essere migliori – non solo finanziariamente, ma anche spiritualmente – e dimentichiamo volentieri il nostro viaggio già fatto. Potremmo dire a noi stessi cose come: “Quella ottiene sempre voti migliori rispetto a me perché è più intelligente” o “Lui è molto più estroverso di me” e altre cose che alla fine della giornata ci fanno sentire giù e depressi. Ci dimentichiamo di essere grati perché vediamo sempre qualcosa di meglio, e mai veramente ci fermiamo un momento ad apprezzare ciò che abbiamo, ma soprattutto, chi siamo: le nostre relazioni, le persone che amiamo e le tante altre piccole cose che potremmo dare per scontato.

 

2. Il secondo principio è quello del “costo opportunità”: il valore della migliore alternativa tralasciata, ogni tal volta che prendi una decisione.

Ci troviamo sempre di fronte a delle scelte e il processo decisionale non è un affare semplice. Ci impone di pensare e valutare le opportunità, confrontarci con alternative, effettuare analisi SWOT e costi-benefici. La fine del processo decisionale è la decisione stessa: arriva un momento in cui dobbiamo fare delle scelte – e, a volte, scelte coraggiose. Ad esempio, con i miei €10 posso scegliere di comprare un paio di scarpe o una maglietta. Quel “o” nel mezzo della frase è cruciale: qualunque cosa decida, non posso averli entrambi.

Da giovane, riconosco quanto la scelta sta diventando sempre più difficile perché mi rendo conto che voglio entrambi e non voglio scegliere tra una “o” l’altra. Ora capisco – razionalmente e in modo obiettivo – che ho solo €10, ma voglio comunque entrambe le cose.

Di conseguenza, le persone tendono a posticipare le loro scelte nella speranza che saranno in grado di scegliere entrambe, forse in un futuro non lontano. Possiamo vedere questo accadere in tutti gli aspetti della nostra vita sociale. Per esempio nelle relazioni in cui vorremmo trascorrere il tempo con i nostri partner, dobbiamo studiare o lavorare, e allo stesso tempo vogliamo ancora mantenere la libertà di fare ciò che vogliamo con gli altri nostri amici. Vorrei iniziare un lavoro con l’Organizzazione A, ma continuerò ad aspettare di ricevere una risposta dall’Organizzazione B nella speranza che mi offrano qualcosa di meglio, cosicché io possa contrattare un accordo ancora migliore con l’Organizzazione A.

Le volte in cui riesco a scegliere, continuo a chiedermi se ho fatto la scelta giusta o meno. Questo mi succede sempre quando le persone, ad esempio, mi chiedono se sono sicuro della mia scelta di vita: “Sei sicuro che questo è veramente per te? Ma ne sei sicuro?” Cerchiamo costantemente di essere certi in un mondo che è pieno di incertezze, e questo ci disturba profondamente. Ci fa dubitare non solo delle nostre scelte, ma di qualcosa di più profondo: chi siamo. E c’è da dire che questo dubbio e questa paura possono paralizzarci. Cominciamo lentamente a perdere la speranza in noi stessi, e poi negli altri intorno a noi. Iniziamo a creare per noi le peggiori situazioni – i tanti “Scenari Possibili” che ci lasciano a disagio.

Il tempo e l’energia che investiamo nel processo decisionale devono essere proporzionali alla decisione che abbiamo di fronte. Le decisioni semplici devono essere identificate come tali, e non essere eccessivamente gonfiate. Potremmo sentirci più insicuri a proposito di decisioni più complesse, e questo è normale (in linguaggio tecnico: Post Decision Dissonance). Ecco perché, ad esempio, sant’Ignazio ci ricorda, in quei momenti in cui sorgono dubbi, di prenderci un momento per ricordare il processo di valutazione prima che prendessimo effettivamente la decisione: come abbiamo fatto la nostra scelta, in un momento in cui avevamo le “idee chiare e lucide”, quando eravamo più tranquilli, e in che modo credevamo allora che era la decisione migliore in quel momento, dato il nostro tempo e le nostre conoscenze.

 

3. Il commercio può rendere le persone migliori.

L’esempio classico è che un Paese produce mele e un altro Paese produce arance. La teoria economica sostiene che essi dovrebbero intraprendere un commercio perché, in questo modo, entrambi i Paesi avranno una maggiore varietà e staranno meglio. A volte, ci ritroviamo a non voler “scambiare” o, per dirla altrimenti, “condividere” con gli altri. Pensiamo che altre persone possano trarre vantaggio da noi, quindi ci chiudiamo e diciamo a noi stessi che siamo autosufficienti e non abbiamo bisogno di niente o di nessuno. Tanto siamo bravi da soli.

L’economia ci insegna esattamente l’opposto: dobbiamo interagire e dobbiamo condividere le nostre risorse e i nostri talenti con gli altri, poiché ciò crea una situazione di pace e di interdipendenza. Condividere chi siamo e ciò che sentiamo può creare un clima di accettazione nei nostri gruppi sociali, può far cadere molte barriere che hanno a che fare con il nostro modo di vedere il mondo, e aprirci a delle realtà che non avremmo mai pensato. Questo tipo di “commercio” inteso come condivisione è un impegno ad ascoltare attentamente ciò che qualcun altro ha da dire e a essere disponibili a condividere ciò che siamo e ciò che sentiamo. I legami e le relazioni che stabiliamo aumentano il valore a causa della loro diversità e qualità.

 

Dal fatto che viviamo in un mondo di infiniti desideri umani e risorse limitate che possono spingerci a desiderare qualcosa di più e rischiare di non apprezzare ciò che abbiamo, il fatto che le scelte arrivino con un costo opportunità e i benefici della condivisione che ci rendono meglio, questi tre principi di base – che ogni studente che studia economia studierà dal primo giorno – plasmano la vita di ognuno di noi.


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