Teatro e sacro, cultura e fede


“Il perdono è – per l’uomo mortale – l’esperienza più vicina alla resurrezione di Gesù Cristo”.

Con pressappoco queste parole di Isacco il Siro, Sr. Antonella – monaca di Bose – accende un animato confronto sul tema del perdono tra alcuni partecipanti del Festival I Teatri del Sacro, svoltosi dal 19 al 23 giugno ad Ascoli Piceno. Il filo conduttore degli spettacoli di questa sesta edizione è il tema evangelico delle Opere di Misericordia.

Il Festival è un’occasione unica d’incontro: il teatro è il punto di partenza per un dialogo sulle Vere domande dell’uomo. La capitale marchigiana per alcuni giorni è un vibrante palcoscenico: l’arte teatrale emoziona, appassiona, innesca interrogativi e infiamma il confronto sui temi centrali per gli uomini di ieri e di oggi.

Gli spettacoli aprono porte e suggestioni che non si esauriscono in una serata ma risuonano negli incontri quotidiani tra pubblico e compagnie teatrali. La mattina, spettatori, autori e interpreti si confrontano in un fecondo scambio. Il pomeriggio il pubblico – durante incontri organizzati dall’associazione culturale Casa dello Spettatore – ritorna sugli spettacoli visti e si prepara alle visioni successive; è una condivisione nutrita dalla restituzione personale di un’esperienza teatrale collettiva.

 

 

Ogni incontro apre sentieri imprevisti. Nel corso degli incontri il tema del perdono scalda gli animi e smuove corde interiori. È il cuore dello spettacolo Settanta volte sette. Con sguardo fenomenologico sulla concretezza delle situazioni vissute indaga la complessità della riconciliazione nelle sue mille sfaccettature. I destini di due famiglie socialmente distanti sono avvicinati dall’uccisione di Luca per mano di Christian. Da un lato, fratello di Luca e compagna cercano di sopravvivere al lutto e al dolore; dall’altro, Christian e la sorella tentano di superare il rimorso e la condanna penale.

Chi è la vittima? Difficile rispondere. L’immediatezza della sofferenza quotidiana impreziosisce la scena con vivide pennellate di vita carceraria e dell’intimità sofferta di una coppia trafitta dal dolore della perdita inaccettabile di un familiare. Un’impossibile riconciliazione appena abbozzata dall’intenso finale – illuminato dalla magistrale interpretazione dei protagonisti – è l’unica strada possibile per tornare a vivere e donare vita, a se stessi e ai propri cari. Un cammino di resurrezione – come ricorda Sr. Antonella durante l’incontro tra gli spettatori – in cui è centrale il tema della memoria. Forse il vero perdono è possibile solo a patto di dimenticare la colpa? Nessuno dei presenti pensa di poter davvero dimenticare. Forse è questo lo spazio in cui agisce la grazia, forse l’unico a dimenticare davvero le nostre colpe è Dio? Affiorano interrogativi, dubbi, e il desiderio comune di interrogarsi e di aprirsi all’altro; e già questo è bellezza.

L’incontro autentico con l’altro è al centro di un altro spettacolo: 82 pietre. Una ragazza si aggira per le strade di un piccolo paese montano, coperto di neve. È completamente nuda e porta con sé un sacchetto con un carico incomprensibile: 82 pietre. Il brigadiere e il maresciallo affrontano il problema; l’uno si lascia interpellare dalla situazione, l’altro trova risposte preconfezionate e considera la ragazza un ostacolo alla quiete sua e del paesello. Il brigadiere si piega su quelle 82 pietre, accoglie la ragazza e il suo mistero nel desiderio di capire e soccorrere. Per il maresciallo è solo una prostituta, una delle tante, un fastidio o uno strumento di piacere da violare, come sembra alludere un’ellissi dello spettacolo. Il passaggio dall’indifferenza all’egoistico consumo dell’altro è immediato.

Anche a questo spettacolo segue un acceso dibattito. Colpisce la corporeità e la nudità della protagonista. All’inizio – appena accolta in caserma – viene avvolta da una coperta; solo alla fine dopo il (possibile) stupro del maresciallo e l’attenzione compassionevole del brigadiere, viene vestita da quest’ultimo. Che differenza c’è tra coprire e vestire? Forse il coprire esprime la freddezza di un gesto solo apparentemente altruistico, il minimo indispensabile per silenziare la coscienza, mentre il vestire, implica un’attenzione maggiore, un interesse sincero ai bisogni dell’altro. E noi nelle nostre relazioni copriamo o vestiamo? Un interrogativo su cui tornare a casa, lontani dalle intense emozioni del festival ascolano.

Gli stimoli sono molti. Le giornate del festival mettono alla prova. Ogni spettacolo apre spunti di riflessione, ogni incontro rilancia le riflessioni su sentieri ignoti e a volte impraticabili. E ogni spettacolo meriterebbe una pagina a parte. Aquasantissima, affronta l’intollerabile presunta religiosità della cultura mafiosa, Sporco negro – restio al politically correct – porta in scena i più comuni pregiudizi razziali, Solitudo, parla del celibato della vita monastica evitando ogni facile idillio, Niente che resti non amato, suggerisce un nuovo sguardo contemplativo sulla vita e sulle storie – ordinarie e straordinarie – di chi ci ha preceduto. E Piccoli funerali, con delicatezza, poesia e umorismo affronta di petto il mistero della morte tanto obliato nella società contemporanea. Il dolore per la scomparsa dei propri cari e la sofferenza incomprensibile è accompagnato da canti evocativi e liberatori in Stabat Mater. Non manca un abbozzo di dialogo islam cristianesimo in Simeone e Samir. In U Figghiu, l’amore di una madre è l’unica possibilità di un impossibile riconoscimento per Saro, ragazzo schizofrenico convinto di essere la reincarnazione di Cristo.

In tutti questi spettacoli il sacro irrompe nell’umano e nella vita quotidiana. Potente è infine lo spettacolo conclusivo del Festival, Il Vangelo secondo Antonio: è l’umano a irrompere nel sacro.  È la storia di Don Antonio zelante ed evangelico parroco di una piccola comunità. Colpito dall’Alzheimer, il mondo del sacerdote si sgretola affossando tutti i suoi punti di riferimento. La cupa tragedia di un uomo presente-assente è rischiarata solo da una nuova relazione instaurata con Cristo. Don Antonio, isolato e confuso nella sua stessa casa e chiesa, rimuove dalla croce la statua lignea di Gesù. Spaurito e confuso si aggira trascinando con sé l’immagine scultorea del figlio di Dio. È un inconsapevole desiderio di cercare conforto con la solidarietà nella sofferenza del Cristo crocifisso? O una supplica orante? O il desiderio semplice e immediato di accudire e alleviare sofferenze incomprensibili? Per un sacerdote attento ai bisogni del prossimo al punto da sostenere che “sono più sacre le mani che aiutano delle labbra che pregano”, l’implacabilità della malattia è la condizione per volgere i giorni che restano in una preghiera attiva rivolta a quel corpo di Cristo tornato – come un tempo, benché in modo diverso – al centro della sua vita.  Una preghiera di attenzione, cura e parole sussurrate senza troppa (apparente) consapevolezza. Toccante.

Per pochi giorni credenti e non credenti, agnostici e atei uniti dal desiderio di pensare e interrogarsi sulle domande ultime dell’uomo si trovano a (ri)vivere – stimolati dal teatro – le grandi domande della propria vita. Il teatro diventa – come sostiene Proust per la letteratura – una lente d’ingrandimento con cui lo spettatore può leggere e scrutare se stesso.

In questo rapporto intimo dell’uomo con la propria vita, la dimensione spirituale non può rimanere assente. Se è vitale evitare il rischio di una separazione tra fede e vita – troppo spesso vissute come due binari paralleli – è nell’universo culturale, inteso come il palcoscenico dell’uomo e della sua esistenza, dove può nascere un fecondo rapporto in cui fede e vita si interrogano e arricchiscono reciprocamente, per una maggiore consapevolezza di sé e del proprio ruolo quaggiù. E il Festival I Teatri del Sacro, può essere una piccola goccia in questo oceano di necessità.


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