Il segreto dei segreti


È proprio vero che la tradizione islamica condanna la musica?

L’intima correlazione tra musica e religione ha spesso incontrato la diffidenza e il sospetto di fondamentalisti e spiritualisti intransigenti. Numerose sono le storie di artisti e musicisti che ancora oggi sfidano le fatwe dell’Isis attraverso innovative creazioni artistiche. Autorità religiose e arcaici tribunali islamici hanno giurato vendetta a musicisti coraggiosi come Aeham Ahmad, pianista palestinese divenuto tragicamente famoso per aver suonato il suo pianoforte tra i bombardamenti siriani, Helly Luv, soprannominata la Beyoncè curda, che nel 2015 girò un provocatorio clip musicale a Erbil, proprio a ridosso delle roccaforti dell’Isis, o Shaaban Abdel Rehim, un cantante pop egiziano condannato dall’Isis per aver parlato di Al Baghdadi  come «l’emiro dei criminali». Ma è proprio vero che la tradizione islamica condanna la musica? Le esperienze artistico musicali sono davvero un pericolo per la trasmissione autentica dei valori religiosi musulmani?

Se nell’esperienza cristiana l’uso di immagini sacre, e composizioni musicali a servizio della liturgia sono da secoli patrimonio comune delle chiese orientali e occidentali, altrettanto non si può affermare dell’Islam. Il divieto di rappresentare la divinità ha indirizzato l’arte islamica alla composizione di meravigliose architetture, disegni geometrici, miniature, calligrafie e preziosi ricami. Nonostante una certa riluttanza nel far interagire il mondo artistico con quello della preghiera rituale, l’esperienza estetica è in realtà da sempre valorizzata nelle correnti mistiche musulmane.

Secondo la riflessione dei mistici sufi, la musica, così come l’arte, la poesia e la danza sono sempre lecite nella misura in cui aiutano l’uomo ad entrare in comunione con Dio. Esse possono infatti creare quelle condizioni «estetico/spirituali» che favoriscono l’esperienza di unione mistica. D’altra parte il rapporto tra Dio e il credente non può limitarsi esclusivamente  al piano intellettuale: il gusto (dhawq) spirituale viene  infatti sperimentato attraverso un corpo fisico, dal momento che l’uomo è una creatura fisica che «sente» attraverso i sensi. E’questo approccio alla dimensione del divino che condiziona la considerazione dell’arte: le varie espressioni artistiche contribuiscono infatti a realizzare quelle condizioni «estetiche» capaci di sviluppare una sensibilità spirituale che pone l’uomo in comunione con Dio.

Secondo Al- Ghazali è anche attraverso la musica che il credente può spalancare il suo cuore all’incontro con l’Assoluto. Per il credente giunto alle vette della perfezione: «non c’è suono che colpisca il suo orecchio senza che egli lo percepisca da Dio e in Dio. Nel suo caso l’ascolto della musica funge da stimolatore del suo desiderio, fortifica la sua passione e il suo amore, e infiamma l’acciarino del suo cuore, e fa emergere in lui degli “stati spirituali” (ahwâl) fatti di “svelamenti” e di “dolcezze”». Al-Ghazali guarda alla musica come a un esercizio del desiderio. Nelle parole del mistico sufi l’ascolto della musica fortifica l’amore per Dio, e soprattutto «infiamma […] il cuore» in vista dell’emergere di quegli «stati spirituali» che sono  l’espressione esteriore dell’amore divino, e il desiderio profondo dell’anima di raggiungere il principio primo da cui tutto proviene.

La musica non è un fenomeno neutrale, essa è capace di commuovere il cuore, di toccare le sue fibre più nascoste,  di mettere l’uomo in comunicazione con il «Segreto dei Segreti». L’esperienza estetica non è quindi solo lecita, ma desiderabile per colui che si lascia attirare dall’amore di Dio: «I figli dell’Illusione sono naufragati nella musica dei miei versi, ma i figli della Realtà hanno penetrato i miei segreti» (Mantiq al-Tayr,  Il verbo degli uccelli ).

Foto di Ali Arif Soydaş

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