Scandalosa castità

Posso, devo, voglio imparare ad essere padre

Notizie ben in vista sui media ci informano quasi quotidianamente circa abusi sessuali commessi da sacerdoti e religiosi, ma anche più semplicemente e normalmente sui dati degli abbandoni della vita religiosa e il crollo numerico delle vocazioni alla vita religiosa e sacerdotale. In queste notizie, questi eventi vengono spessi messi in correlazione con il fatto che “i preti non si possono sposare”, come se fosse questa, in fondo, la causa di tutti i mali.

Al di là della possibilità (molto discutibile) che una correlazione di questo tipo davvero ci sia, spesso, leggendo tutto questo, sorge una constatazione amara, che è anche una domanda legittima: che senso ha oggi proporre la castità come un valore, addirittura come una scelta attraente di vita? Sicuramente non gode di particolare popolarità di questi tempi, in una società fortemente “sessualizzata” come la nostra, e il più delle volte viene fraintesa. Si interpreta questa parola infatti in modo molto riduttivo: castità come semplice astinenza dai rapporti sessuali; castità come cosa riservata a preti e religiosi, sicuramente repressi, disturbati e/o ipocriti, perché “senza sesso non si può vivere”, e via con gli esempi di cui sopra.

Ma è davvero tutta qui la castità? Il grande fraintendimento sta tutto nella sua lettura “negativa”.  Chi vive questa dimensione sa quanto sia impegnativa, e quanto l’aspetto più difficile non sia tanto e solo l’astinenza dall’atto sessuale in sé, quanto quella che viene vissuta come una certa solitudine, la mancanza di un rapporto singolare ed esclusivo con un’altra persona, la frustrazione del legittimo desiderio ad una propria famiglia, a figli che siano carne della tua carne, ecc. Tutte queste dimensioni si vivono nella castità, e sarebbe ingenuo ed ingannevole negarle.

Eppure, mi permetto di condividere a partire dalla mia povera esperienza personale, c’è qualcosa che può rendere la castità una scelta di vita desiderabile e persino attraente.

Ricordo un pomeriggio a Palermo di un anno fa, passato ad aiutare al doposcuola un bimbo africano, figlio di genitori rifugiati. Al termine dello studio, si rideva e si scherzava. Ad un certo punto il bambino mi chiede serio: “Ma tu quanti anni hai?”. Sentita la mia risposta mi dice sorridente prendendomi la mano: “Potresti essere il mio papà..”. Ricordo che in quel momento rimasi particolarmente colpito: il desiderio di paternità non mi abbandona mai. Capita sempre più spesso, vedendo amici sposati e con figli, che io mi chieda: “Come sarebbe se…?”. Eppure, grazie a Dio, questi pensieri non si accompagnano a tristezza: mi ricompaiono davanti tutti i ragazzi, i bambini, i poveri.. persino i confratelli e gli anziani che ho incontrato e incontro, e mi dico: “Posso, devo, voglio imparare ad essere padre..”. E la paternità ha molte sfumature e manifestazioni, assai più ampie di quella solo “carnale”. Così quando a fine giornata mi ritrovo nel silenzio della Cappella, davanti al Tabernacolo: a volte sgorgano fiumi di parole (di ringraziamento, di gioia, di rabbia, di frustrazione…), a volte solo silenzio, a volte vero e proprio sonno. Eppure scopro ogni giorno che quel momento della tua giornata è sempre sacro, allo stesso modo del bacio della buona notte dato ai tuoi figli o dell’abbraccio al tuo amore prima di addormentarti. Possono sembrare paragoni un po’ azzardati, ma non lo sono: una vita casta ha senso solo se inondata di Amore.

Se curata e “accudita”, la castità è una solitudine estremamente feconda; una mano aperta e vuota, pronta a ricevere doni e grazie incredibili. E’ essa stessa un dono, un regalo: non basta prometterla una volta per tutte, bisogna continuare a chiederla. Ricordo quel confratello novantenne, che all’inizio dei suoi Esercizi Spirituali chiedeva a noi novizi: “Pregate per la mia conversione!”. Questo è lo spirito: non si smette mai di camminare, di progredire nel sentiero dell’amore e del dono di sé. Come giustamente più volte ha ricordato Papa Francesco, una persona che vive la castità ha solo due vie davanti a sé: quella che la porta a rinsecchirsi e inacidirsi, e morire; o quella che la porta a donarsi sempre di più, come ha fatto Gesù, e vivere. O si va indietro, o si va avanti, tertium non datur!

Niente e nessuno potrà fare da surrogato ad una famiglia “propria”; ma l’esistenza di chi si sforza, pur fra cadute e debolezze, di vivere pienamente la castità, viene presto riempita di fratelli, amici, figli, padri, madri, sorelle… cento volte tanto, come dice il Vangelo! La castità è profondamente connessa con la povertà: non possederai nulla, non possederai nessuno, ma tutto ti sarà dato come dono di cui godere gratuitamente e in semplicità. E’ una povertà che rende vicini a tanti altri poveri, e porta a condividere fino in fondo la vita con loro, e a scoprirsi insieme infinitamente ricchi. E’ un dono per cui una vita intera non è sufficiente a rendere grazie.

Fino a tempi non lontani nella Chiesa c’era chi presentava la castità come una vocazione superiore persino a quella del matrimonio. E sbagliava. Oggi, pur in un contesto ostile, questa scelta può finalmente ritrovare il suo posto vero: non tanto “via di perfezione”, quanto, pienamente, via d’amore, che, insieme a quella matrimoniale, non solo può dare felicità a chi la intraprende, ma diventa feconda e carica di doni per tutti quelli che stanno accanto.

Our latest posts

Our popular posts