La povertà del Coronavirus

Una crisi dietro la crisi

Il tema della pandemia del Coronavirus sembra essere il tema fondamentale di questo periodo. Tutti ne parlano e i mezzi di comunicazione focalizzano su questo argomento la maggior parte del loro lavoro. Insomma, oltre che a una pandemia virologica sembriamo essere coinvolti anche da una pandemia di informazioni. Ma cosa comporterà questa lotta contro il COVID-19 nelle regioni più povere del mondo?

Possiamo dire che il nostro pianeta Terra è composto da due grandi enti: i Paesi “sviluppati” e i Paesi “in via di sviluppo”. Sappiamo molto bene come la Cina, l’Italia e gli Stati Uniti non erano completamente pronti a questa emergenza e come il nuovo virus stia mettendo a dura prova il sistema sanitario di queste Nazioni. Molte sono anche le conseguenze per l’economia di questi Stati che, costretti a dichiarare lo stato di allerta, hanno dovuto bloccare in parte la produzione interna. I mercati si sono fermati, le frontiere sono state chiuse e l’economia ha subito un brusco arresto, se non una discesa delle quotazioni.

Nei Paesi più poveri il rischio che la situazione sia più drastica – rispetto a quella dei Paesi finora maggiormente colpiti – sembra essere più una certezza che una possibilità. Come ben sappiamo il COVID-19 attacca i polmoni, con casi gravi che spesso portano alla polmonite. Ciò è particolarmente allarmante per i bambini denutriti, il cui rischio di mortalità aumenterebbe di 15 volte con la polmonite. Ecco perché la prevenzione è così importante. Ma sappiamo anche che in alcune zone del mondo l’accesso alle acque e quindi alla igiene personale è limitato. Si pensi che senza un’adeguata assunzione di cibo per rafforzare il sistema immunitario, nessuno sarà in grado di combattere una malattia che si fa strada. 

Se accade il peggio e questa malattia si diffonde, le persone in Africa e in altre aree in via di sviluppo saranno le più vulnerabili. Ma vi è anche il grande problema relativo al rifornimento dei beni sanitari e di prima necessità. Sicuramente, nel futuro la richiesta di professionisti medici e di supporto tecnico crescerà notevolmente nei Paesi in via di sviluppo.

Le domande più frequenti che il romanzo del Coronavirus ci ha portati a porre sono molto spesso: quanti nuovi casi sono stati segnalati da quanti Paesi? Come cresce la curva di infezione? Qual è il tasso di mortalità e come si confronta con quello dell’influenza “normale”? Ma poche volte ci siamo chiesti: come i Paesi più poveri affronteranno questa emergenza?

Al momento gli scaffali dei nostri supermercati sono ancora ben forniti, ma possiamo vedere come il blocco del commercio inizia a manifestarsi nella mancanza di alcuni beni. Nonostante piccole mancanze, la nostra alimentazione continua ad essere buona ed equilibrata. Ma pensiamo ai tanti bambini che si nutrivano con i pasti della scuola e, ora che queste sono state chiuse nella maggior parte degli Stati, molti bambini si ritroveranno con una scarsa e non adeguata alimentazione. Anche le loro famiglie, con il crollo dell’economia, si ritroveranno ad avere meno possibilità di portare del cibo in tavola.

L’IFPRI (International Food Policy Research Institute) ha stimato un calo del 1.4% dell’offerta di lavoro e la riduzione della crescita della produttività totale dei fattori abbastanza grande da ridurre il PIL globale dell’1%. Questi dati si traducono in un aumento della povertà che – secondo la stima – porterà all’aumento di 14 milioni di persone si troveranno a fare i conti con le conseguenze “secondarie” del Coronavirus.

Si corre il rischio che le conseguenze delle scelte dei governi, che pongono la maggior parte della loro attenzione – anche giustamente – sul piano sanitario, trascurando la dimensione economica del proprio Stato e di molti altri, mieteranno molte più vittime dello stesso virus.

 

Copertina: Photo by Ben White on Unsplash

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