La pazienza di uno scatto

Quando la luce (ti) scrive

Da qualche tempo ho ripreso una pratica artistica della mia infanzia: la fotografia. Come dice l’anziano rivenditore da cui mi rifornisco di pellicole, non sono solo io, ma molti stanno tornando alla fotografia, e, in particolare, all’analogica. E io che pensavo di essere demodè!

Infatti, sono più alla moda i selfies! Chi non condivide con amici e parenti l’impresa più o meno quotidiana appena vissuta? Ma basta il cellulare! Estrai, scatti, condividi. Ne facciamo talmente tante che abbiamo immagini per ogni istante della nostra vita.

Eppure, c’è chi prende una macchina fatta solamente per questo scopo, scopre un soggetto e cerca di condividerlo. Carica la pellicola, sistema lo zoom, l’esposizione e il tempo di scatto, la messa a fuoco e infine si può premere e scattare. Passano le settimane necessarie e poi puoi ammirare la foto, condividerla, regalarla, farci una mostra, o semplicemente scartarla perché hai combinato un disastro (quante volte!).

L’arte ha bisogno di tempo, pazienza, cura, concentrazione. Forse anche doti naturali, certo. In questo periodo di quarantena il tempo non è mancato quasi a nessuno, magari abbiamo visto diverse mostre e spettacoli messi a disposizione online da musei e da vari enti: quanti secoli concentrati in oggetti, rappresentazioni, musiche. Secoli di tempo e di esperienze. Magari proprio in questo periodo abbiamo scoperto nostre doti nascoste, o siamo cresciuti in qualche arte che non sia solo la scelta del film giusto…

Quando si ha per mano una vecchia macchina fotografica a rullino, si ha un numero limitato di scatti. Può essere un limite, ma anche un’opportunità: scegliere quale inquadratura privilegiare, quella che più tocca o quella che sembra più muta, ma che comunque colpisce. Porta a fare selezione. Soffermandosi poi su poche scene si vive quello che anche S. Ignazio annota negli Esercizi Spirituali: «non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (n.2), non si guarda alla quantità ma ad un surplus (un magis) qualitativo. Ma ciò capita spesso pure nella quotidianità: si fa esperienza di luoghi e relazioni che danno vita e altre che stanno sbiadendo. Siamo noi ad essere chiamati a dare voce a realtà sparse, davvero “foto-grafare”, scrivere mediante la luce diversi stati d’animo, pensieri o solamente la meraviglia che si ha dinanzi.Spetta a noi accorgersi di ciò che viviamo, di ciò che abbiamo attorno a noi, di scegliere cosa curare e cosa tralasciare. Come quando si scatta: ciò che viene preso è proprio un piccolo riquadro di realtà!

Se si passa al colore, quest’arte diventa anche cromo-grafia: vedere i diversi colori che compongono la propria vita, ampliando la gamma, cercando di dare il nome giusto alla sfumatura presente.

Accorgendosi della nota più marcata, o di un contrasto inaspettato. Vedendo poi che, spesso, ciò che la pellicola imprime non è proprio ciò che il tuo occhio ha colto. Come quando l’amico sdrammatizza l’evento più catastrofico che ti è capitato: e non tutte le pellicole hanno la stessa sensibilità!

Infine, che fotografia sarebbe senza l’elemento fondamentale, la luce?! Naturale, artificiale, diretta o riflessa, tutta una gamma di possibili presenze. La diamo per scontata, ma è essa che permette il tutto. Anche piante ed animali, come noi, cercano di stare alla luce, sebbene sia alle volte troppo presente e bruci tutto o sia completamente assente, lasciando solo sparute macchie informi. Ma è proprio quando la luce è poca che servono più attenzioni: la mano ferma, il diaframma ben aperto, i tempi più distesi. Lasciare entrare ciò che sembra non esserci, eppure riesce a imprimersi sulla pellicola. Come le foto notturne delle stelle.

In tutte le culture è stata importante la luce e cercare di fissarla: basti pensare alla grandiosità di opere come Stonehenge, o le mappe astrali greche o più antiche. Inoltre i calcoli del movimento solare e degli astri sono stati il primo motore delle scoperte scientifiche e delle rivoluzioni. Insomma tutti sono stati attirati dalla luce quanto dal suo dare significato alla nostra vita.

Come cristiani abbiamo vissuto in questi giorni l’inizio del tempo pasquale. E il primo simbolo è il cero, acceso dal fuoco, portato in processione dicendo che Gesù è la luce del mondo. Certamente la fiamma di una candela non è il sole che elimina tutte le ombre, ma dà il tempo di adattare la vista, è dinamica, maneggevole e può moltiplicarsi.

Aspettando di poter girare per fotografare così diversi luoghi (specialmente in montagna), posso concentrarmi sulle scene della mia vita e della mia storia. Come pure ciascuno di noi: qual è la luce che abita le mie giornate? Cosa posso raccontare nei vari “scatti” che vivo?

Cambiare sguardo, prospettiva, fare uno zoom su un particolare… Alla fine il tempo si riempie lo stesso e anzi l’album della propria vita si fa ancora più ricco. Provare per credere!

 

Foto dell’autore ©

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