L’altro senza specificazioni


Il valore della Diversità

È più impegnativo accogliere l’altro, lo straniero, il diverso, o l’altro, il vicino, che proviene dalla mia stessa cultura, dai miei stessi luoghi? Istintivamente tutti noi individueremmo nello straniero l’altro difficile da accettare. Ma a mio modo di vedere c’è una incomprensione di fondo nella risposta, e cioè, l’altro, cui attribuisco specifiche per distinguerlo, è il soggetto differente da me in quanto tale, perché non sono io: egli non è per questo, già e sempre diverso da me? In fondo è esperienza piuttosto comune e, in italiano, esistono diverse espressioni per rendere plasticamente la scoperta della diversità: “ti credevo diverso!”, “Non avrei mai immaginato fossi così!”, “Credevo di conoscerti…” e ancora molte altre di questo tono, invariabilmente sottolineanti lo stupore (delusione) nell’accorgersi di essersi sbagliati. Non serve precisare come le espressioni riportate sopra, siano di uso comune tra persone con una certa familiarità, se non intimità: e allora? Chiaramente per chi vive simili “risvegli” è un’autentica doccia gelata! Magari dopo mesi o anni di relazione, qualcosa o qualcuno ci danno, all’improvviso, la consapevolezza di trovarci di fronte a un’altra persona, all’altro appunto! Ma mentre è comprensibile l’istintiva reazione a caldo, e a seconda dei casi, con il tempo potremmo cominciare a chiederci, ed è così di solito che va, dove o in che cosa abbiamo sbagliato e, adesso arriva il difficile, forse a riconoscere di aver costretto l’altro entro la mia idea di tu. Detto in altri termini, di non averne rispettato l’alterità. Discorso ozioso? Onestamente, anche a uno sguardo veloce, ci è venuto in mente almeno un episodio a riguardo? E ad andare più in profondità forse potremmo aver individuato un atteggiamento stabilito e radicato in noi, così tanto da ritenerlo del tutto normale, anzi addirittura necessario! Anche in questo caso non mancano espressioni, più sottili peraltro: “Te lo avevo detto di fare così!”, “Sei una frana, per fortuna ci sono io!” ma anche “Sei una persona speciale…” dove nello “speciale” si annidano spesso tutte le idee stratificatesi in anni di fantasticherie sulla persona speciale! Il punto è che nella nostra esperienza quotidiana, fin dall’infanzia, siamo abituati a processare la realtà per ridurla in categorie cui, poi, ci atteniamo per gestire tutto e tutti. Di questo processo di semplificazione ci serviamo per interpretare e, fidandoci della nostra interpretazione, dedurre riducendo situazioni complesse come le relazioni, per esempio, a schemi. “Mi ha guardato/a in quel modo…significa che…”, “Si è comportato/a in modo distaccato tutta la sera…allora significa che…” eccetera. Certo, a volte l’intuizione è esatta, ma quante volte dobbiamo riconoscere di aver sbagliato clamorosamente a valutare una persona in quel determinato modo? E, nel riconoscere l’errore, nell’essere stati parziali non tenendo conto di tutta una serie di aspetti ma, ancor di più, nell’aver usato un solo criterio dettato da un sentimento o da uno stato d’animo per esempio, oppure dal supporre di essere da meno o migliori di chi abbiamo di fronte. Quanti abbagli nel crederci superiori per cultura, status, origine, religione. E quanti orrori nel cercare di resistere allo smascheramento di tale supponenza, quante meschinità, quante falsità macchinate pur di difendersi dalla verità. Può esserci, allora, spazio per l’altro, chiunque esso sia, tra i muri a specchio di un io il cui unico punto di riferimento è io? Consideriamo bene il rischio di un simile meccanismo. Se non lascio a chi ho di fronte la possibilità di dirsi, e non solo concretamente ma, soprattutto, negando o parzializzando l’ascolto e svuotando, così, il significato stesso di comunicazione, mi condannerò, inevitabilmente, a una vita autoreferenziale, sempre più involuta in sé. A una vita, in fin dei conti, frustrata perché perennemente in guardia di fronte agli altri. Che lo si faccia per paura, per disabitudine alle relazioni, per interesse o “semplicemente” per una visione angusta del mondo è necessario tornare a farsi incuriosire dalla realtà, e a farsi snidare dalle nostre calde e ben comode nicchie (oggi proposte addirittura come vie di salvezza!). Un esempio per tutti, preso dalla mia vita per non offendere nessuno. Mi accade sovente, al mattino, di incontrare classi di ogni ordine e grado su temi quali l’accoglienza, il dialogo interreligioso, la diversità. Al pomeriggio, poi, incontro gli studenti e i volontari per il lavoro alla Scuola di Italiano. A sera, infine, due volte la settimana ho il turno di notte in un centro di accoglienza. Qui, nei mesi, ho toccato con mano cosa voglia dire “costringere l’altro dentro la mia visione”! Infatti, trovandomi di fronte alle solite richieste dei ragazzi del Centro, e reputando le stesse ora pretenziose, ora fastidiose, ora legittime a seconda di chi le esprimeva, ho iniziato a seguire e dipanare il filo aggrovigliato dei miei pareri, delle mie valutazioni, delle simpatie e antipatie. Perché proprio un centro per rifugiati porto a esempio? Proprio perché per la mia scelta di vita e per l’impegno quotidiano in tale campo credevo di essere libero e al riparo da dinamiche che collocavo in ambienti e situazioni “diverse”. Invece, lo confesso, arrivando spesso stanco, nonostante il desiderio di essere con loro e a servizio loro, ho iniziato ad attivare quella che chiamo “modalità risparmio energetico”, semplificazione di cui si parlava all’inizio, per non faticare a valutare, interagire e accogliere persona per persona. Alla fine, sinceramente, il campanello d’allarme è suonato quando andando in “modalità automatica” ho smesso di ascoltare, limitandomi ad assumere a seconda della persona, fissata così a un pugno di situazioni vissute, un ruolo. Ringrazio Dio sia arrivato il momento della doccia gelata, del risveglio, della crisi. Obiettivamente è faticoso avere a che fare con l’altro così com’è, e la tentazione di semplificare è sempre, decisamente, molto allettante: ma mi chiedo: è un’alternativa possibile? Sì, se pensiamo alla realtà come a una serie di contenitori sterili a chiusura stagna, da ordinare, conservare o gettare… no, se pensiamo che ogni azione, comprese le più apparentemente banali, hanno la capacità di generare in noi abitudini, inclinazioni, modi d’essere, di pensare e di vedere il mondo, gli altri, noi stessi, istruendoci nelle azioni quotidiane, nelle scelte, nei gusti, nei desideri.  No, abbiamo una grande occasione grazie agli altri, soprattutto ora che gli altri incarnano tanta diversità, e non solo possiamo ma abbiamo la responsabilità di assumerci l’impegno e la fatica di formare al valore della diversità perché, contro la opprimente, pericolosa stupidità di fascismi, razzismi e altri crimini del genere, “Solo l’assolutamente estraneo può istruirci” (E. Levinas).


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