L’ora della Storia


La Speranza nelle mani di tre donne

«La paura è oggi il nostro sentimento dominante ed è proprio per questo motivo che se vogliamo ritrovare la speranza, dobbiamo cercare di guardare al passato». Lo diceva qualche giorno fa Amitav Ghosh, uno scrittore indiano, in un’intervista.

È forse in questa prospettiva che il film 1917 di Sam Mendes e il discorso di Liliana Segre all’Europarlamento in occasione della Giornata della Memoria mi hanno dato speranza (motivo per cui scrivo queste due righe e consiglio di guardare con calma il discorso e magari anche il film).

La prima guerra mondiale, la seconda, l’inferno dell’Olocausto hanno segnato la storia di questo continente (e non solo) non più di 75 e 100 anni fa. Inglesi e tedeschi si schieravano e combattevano sul fronte francese, come il film racconta. Milioni di persone hanno lasciato la vita nelle trincee, in attacchi in terre di desolazione e di morte. E così tutta l’Europa era un fronte logorato dalla guerra.

1917 è un lungo ritratto della distruzione e della disumanità che, come una cappa, si appoggiarono sulle nostre terre per tanti anni. Con Tom e William si condivide l’urgenza di salvare il battaglione più avanzato, caduto nella trappola tedesca. Il nemico mi vuole uccidere e io, se non ho altra scelta, devo fare lo stesso con lui.

Non è mai abbastanza intenso il senso di gratitudine per non aver dovuto fare i conti con quell’istinto, che fino a 75 anni fa ragazzi qualsiasi, come me, nati in Europa, non potevano evitare. E nel resto del mondo, centinaia di migliaia di persone, ancora oggi non possono evitarlo. 

75 anni fa una ragazza di 15 anni veniva obbligata dai tedeschi a marciare da Auschwitz verso la morte in fuga dall’avanzata dei russi. Pochi mesi dopo finiva la guerra. Nel raccontarlo, Liliana Segre, citando Primo Levi, parla dei quattro soldati russi ai cancelli di Auschwitz, presi dallo «stupore per il male altrui: stupore per il male che persone che non sono pazze, che sono tuoi fratelli, hanno pensato per te».

Il male dell’Olocausto è un buco nero della coscienza della storia del nostro continente e dei nostri paesi. È un male pensato e tragico, non solo istinto di potere e di sopravvivenza, come quello della guerra. 

Le parole di Liliana Segre a Bruxelles sono anch’esse pensate. La sua persona, la sua postura, i suoi capelli bianchi ed eleganti, le sue parole precise e decise rappresentano un’ascesa su quel male. È la memoria che non lascia la briglia sciolta all’oblio del male. 

C’è però un aspetto che fa sì che 1917 e il suo discorso trovino un intreccio dentro di me. In entrambi i casi, è nel volto di una donna che rinasce la speranza, che la vita non si stanca di dire una nuova parola. 

Nel mezzo del viaggio di William verso il fronte, nelle tenebre di una città distrutta, ci si trova d’improvviso nel caldo di una stanza: il fuoco del camino, il vagito di un neonato, la tenerezza di una donna che ama un figlio non concepito ma accolto. Nel buio della notte degli uomini, impegnati a (non) morire e far morire, una donna dà la (sua) vita per una nuova vita

Liliana Segre, nel suo allontanarsi da Auschwitz, nel suo ritornare indietro, a casa, alla sua vita borghese, non ha potuto non scendere anche lei nello scantinato devastato e distrutto della sua anima. Nel suo dovere di testimoniare, nella sua responsabilità di non lasciare briglia sciolta all’oblio, è diventata nonna. 

«Sono diventata nonna di quella ragazzina che ha fatto la marcia della morte, che ha brucato nei letamai, che non piangeva più, che cercava la parola comune. Quella ragazzina lì è un’altra da me e io sono la nonna di me stessa. Beh io sono nonna anche di me stessa ed è una sensazione che quando parlo nelle scuole e salto fuori io, la ragazzina magra scheletrita disperata sola. E non la posso più sopportare». 

Nel raccontare, nel raccontarci, Liliana Segre è come la donna con il neonato. Dà la sua vita per una nuova vita. Si fa nonna di quella ragazzina che non può più sopportare, la accetta, le vuole bene, la accoglie e la porta con sé, racconta la sua storia.

E questo per noi, per il futuro della storia, del nostro continente, di tutto il mondo. Diventa nonna e vince il male, che altrimenti oltre a distruggere la ragazzina, distruggerebbe lei e anche la parte di noi che non può fare a meno di conoscere e ricordare, per sapere e ancora sperare. 

Ed è stata un’altra donna, anche se donna non lo è mai potuta diventare, morta bambina nel campo di Terezin, a dare le parole per l’augurio finale del discorso di Liliana Segre. È un augurio di vita e di speranza. Di memoria e di responsabilità. 

«Una bambina ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra fili spinati. 

È questo il messaggio da nonna che io vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali

Che siano in grado di fare la scelta. E con la loro responsabilità e con la loro scelta, possano essere sempre la farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati».

Una nonna, una madre e una bambina. E il mondo affidato nelle loro mani e alle loro parole. Sembra quasi di comprendere come Dio abbia affidato sé stesso al sì di una donna.


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