The Crown


Monarchia, un’istituzione antica e sempre nuova

Palazzi reali, ricevimenti sfarzosi, matrimoni da favola, royal babies: è innegabile che l’istituzione monarchica (in primis quella britannica) piaccia molto ai giornali e ai social network. In effetti c’è qualcosa di inspiegabilmente attrattivo in questa istituzione, forse perchè dona a questo mondo tanto tecnocratico e burocratico un tocco di magia: un po’ di quella simbologia medievale (che sentiamo anche quando entriamo in un’antica biblioteca o in una cattedrale gotica) pervade profondamente questa istituzione e ci riporta, almeno parzialmente, ad un’altra società, ad altri codici, ad un’altra maniera di autopercepirsi come cittadini.

Certamente non tutto quanto è connesso all’istituzione monarchica è buono: divisione della società in classi, lotte per i troni, intrighi di palazzo. Per tutte queste ragioni la monarchia può sembrare qualcosa di un po’ vintage, un residuo dell’ancien régime che le varie rivoluzioni non sono riuscite ad abolire totalmente.

Eppure c’è qualcosa di questa istituzione che appare estremamente contemporaneo: essa dà la possibilità di identificarsi con una famiglia, una famiglia dove (proprio come nella nostra) nascono e crescono bambini, si intessono relazioni e vi sono grandi eventi;  una famiglia che poi rappresenta le migliori tradizioni di un paese e, proprio per questo, può presentarlo davanti ad altri. Davvero ci si può identificare con questa determinata famiglia, tanto diversa e tanto simile alla nostra. La corona poi dà la possibilità di identificarsi con la propria storia senza diventare necessariamente nazionalisti, come spesso accade nelle nostre repubbliche: in effetti, in quali paesi dell’Europa Occidentale la xenofobia sta crescendo più velocemente?

Infine, c’è ancora qualcosa che può essere davvero significativo nella nostra epoca: il re, la regina, la famiglia reale danno stabilità. In un mondo in cui i governi cambiano rapidamente e l’elezione del presidente della Repubblica è in balia delle varie correnti popolari o parlamentari, un monarca coerente e ben formato può essere una garanzia ancora maggiore per la democrazia e le istituzioni di un paese.

Rispetto per la figura del re, senso di appartenenza, senso dell’onore nella condotta: questi non sono solo codici antiquati che, ormai, possiamo trovare solo nei libri o nei videogiochi con cui ci piace passare il tempo. Tutti questi aspetti possono avere anche un profondo risvolto esistenziale e spirituale. E proprio per questo ci possiamo chiedere: perché i cristiani e tutte le altre religioni non chiamano Dio “presidente” e lo chiamano invece “re”? Perché Dio non si vota ma al suo vessillo ci si vota lealmente e totalmente?

Ci sono scelte profonde e radicali per cui la logica dei “governi a termine” (in molti altri aspetti totalmente positiva e necessaria) non vale: la fede, come l’amore, è relazionata con la lealtà e la fedeltà.

Evidentemente anche nel piccolo ambito della spiritualità ignaziana distinguiamo chiaramente tra “Re Eterno” e “Re Temporali”: come credenti sappiamo bene che i secondi (anche quando sono buoni) sono solo una pallida immagine del primo. Proprio per questo, queste non vogliono essere parole “monarchiche”: certamente però possono essere motivo di rivalutazione e riflessione su quello che questa istituzione porta con sé.

Ma forse, come detto all’inizio, le monarchie e le corone sono importanti per la loro forza simbolica e ciò che ci ricordano: i giochi fatti da bambini in cui sognavamo di essere re giusti e valenti cavalieri,  la chiamata a vivere con lealtà e valore la nostra vita da adulti, il nostro destino ultimo quando il Signore ci consacrerà e ci farà entrare alla sua corte dove gli occhi non dovranno più abbassarsi e le guance non dovranno più arrossire.


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