Le croci lasciate in vetta


Chi va in montagna, al termine della fatica dell’ascesa verso la cima, si fa la foto presso la croce, testimoniando l’impresa svolta. Non c’è sempre, ma in quasi tutte le vette è presente. C’è chi la contesta, chi non se ne accorge, chi la usa come sfondo per il selfie.

Spesso mi sono domandato il senso di questo simbolo lassù, alle volte frutto della fatica di tante persone che hanno portato arte e materiali per allestire l’opera. 

In tutte le culture e anche nella Bibbia la montagna è sempre stato il punto d’incontro tra l’uomo e Dio o con le divinità: nel punto in cui la terra ha fatto un grande sforzo per raggiungere il cielo (e alle volte continuano impercettibilmente a farlo), questi nostri avi hanno posto quel simbolo dello sforzo che il Cielo ha fatto per toccare il cuore del mondo.

La vetta, inoltre, è un luogo singolare, alle volte proprio fisicamente un punto con lo spazio giusto solo per i piedi: si domina tutto, si è come tagliati dal resto dell’umanità. Si ha una prospettiva diversa, un’altra aria, un diverso cielo. Si vive un tempo diverso: da un lato si respira l’immortalità, dall’altro il pericolo e l’insicurezza; ci si vorrebbe fermare per sempre, ma le nubi pomeridiane o il ritorno mettono fretta.

Si è proprio sospesi.

“In montagna non porto la parte migliore di me – diceva Renato Casarotto – ma tutto me stesso”. Dovunque andiamo ci portiamo anche i nostri pensieri, le preoccupazioni, spesso sassi che rallentano solo il passo.

Anche nel cammino di Santiago, nel punto più alto si trova una croce di ferro issata su un palo, dove lasciare il peso dei propri peccati. Lì, come alla fine di ogni fatica, si depongono lo zaino, le zavorre inutili, la pesantezza della pianura, si scaricano tutte queste catene là dove qualcuno le può accogliere. Ci liberiamo sotto il segno di Colui che ha preso su di sé i nostri pesi e percepiamo quell’assaggio di vita celeste. Forse dovremmo ricordarci di portarlo anche a valle.


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