Sundiata Keita, il re leone


Un passo in più verso un mondo più umano

Il villaggio di Kangaba, vicino al confine tra il Mali e la Guinea, sorge sulla riva occidentale del fiume Niger. Attorno ad esso, si estende a perdita d’occhio la piana del Kurukan, dove la terra nella stagione secca, segnata dal caldo e dall’aridità, assume i colori dell’ocra, del marrone, del paglierino. Qua e là, le sfumature del giallo sono interrotte da alcune pennellate del verde degli alberi tipici della savana. Durante l’anno, la popolazione si ritrova nella distesa del Kurukan per una tradizione che si ripete da secoli.

Come se il mondo si fosse fermato, le persone si radunano e si raccolgono attorno ai griot, cantastorie, musicisti, portatori di una storia e una memoria ancora più antica di questa tradizione. I griot sono figure fondamentali nella cultura dei Paesi dell’Africa occidentale: depositari della tradizione, essi raccontavano le loro storie accompagnati da strumenti musicali e, come i bardi del nostro medioevo, vivevano presso le corti di nobili o di guerrieri; dalla notte dei tempi, ancora oggi girano per i villaggi portando i loro racconti e tramandando la professione di padre in figlio.

Il Kurukan non è un luogo qualunque, ma ha un ruolo di primaria importanza per la storia e la cultura maliana. E i griot chiamati qui per l’occasione non racconteranno una storia qualunque, ma la vicenda di Sundiata Keita.

La storia di Sundiata, primo imperatore del Mali, soprannominato il “re leone”, si dispiega tra i pochi dati forniti da alcuni storici arabi e le leggende tramandate nei secoli, ma ritenute verosimili sotto molti aspetti. Si narra che egli fosse figlio del re di Niani, un piccolo regno africano nato dallo smembramento dell’impero del Ghana, che si sposò in seconde nozze con la madre di Sundiata dopo una profezia, la quale diceva che se il re avesse sposato una donna di aspetto mostruoso, il figlio da lei nato sarebbe stato invincibile. Madre e figlio, però, dovettero fuggire per l’invidia del figlio di primo letto del re, Dankaran Touman, che dopo la morte del re prese il potere, e si rifugiarono nel vicino regno di Mema. Quando il regno fu attaccato da Soumaoro Kante, il re dei Sosso, famoso per le sue doti di stregone e per la sua crudeltà, e Dankaran venne catturato, allora Sundiata strinse un’alleanza con i re di Mame e di altri piccoli regni e mosse guerra ai Sosso. I griot narrano con molti particolari le vicende della guerra e dei vari personaggi e anche di Balla Fasséké, il griot che accompagnava Sundiata, ritenuto il capostipite della più importante dinastia di griot ancora presenti in Mali. La battaglia decisiva si svolse a Kirina, in una data collocabile attorno al 1235: qui, con un colpo di freccia, Sundiata uccise Soumaoro, terminando la guerra e divenendo re del suo paese di origine e di tutti i territori appartenenti a Soumaoro.

Dopo questi fatti, Sundiata costituì un’assemblea, la Gbara, per dare un ordine al neonato impero del Mali, che durerà per 400 anni, fino al XVII secolo. La Gbara, costituita da 30 rappresentanti dei vari clan, si riunì nel Kurukan e nel 1236 stabilì la costituzione dell’impero, nota come Kurukan Fuga, o Carta di Mandé (dall’antico nome della popolazione maliana).

Un paziente lavoro di storici e studiosi africani negli anni ‘90 ha consentito di raccogliere i vari racconti orali trasmessi dai griot e di ricostruire una versione “originale” di questa costituzione. Nonostante risalga a quasi 800 anni fa, la Kurukan Fuga contiene principi molto interessanti. Dopo gli articoli riguardanti l’organizzazione sociale, nell’art. 5 si legge: «Ognuno ha diritto alla vita e alla salvaguardia dell’integrità fisica», un diritto molto simile a quello dell’habeas corpus contenuto nella Magna Charta, promulgata in Inghilterra giusto 21 anni prima. L’art. 7 parla di particolari accordi tra famiglie e riporta: «Tra cognati e cognate, tra nonni e nipoti, il principio deve essere la tolleranza».

Colpisce anche leggere le disposizioni in merito all’educazione dei figli e alla condizione della donna. L’art. 9 recita: «L’educazione dei bambini è dovere di tutta la società. Pertanto l’autorità genitoriale viene estesa a tutti». Due articoli, poi, tutelano le donne: «Non offendere mai le donne, nostre madri» (art. 14) e «Le donne, a parte dalle loro occupazioni quotidiane, devono essere rese parte in tutti i nostri affari di gestione» (art. 16), sebbene i riflessi di una società patriarcale siano ben visibili nell’art. 15: «Mai battere una donna sposata prima che il marito abbia provato a correggere il difetto».

Infine, è notevole ciò che si afferma riguardo gli schiavi: «Non trattare male gli schiavi. Noi siamo padroni dello schiavo, ma non della sua borsa» (art. 20), che precede di qualche secolo il fenomeno della schiavitù subito da queste stesse popolazioni nell’età moderna in America. Oppure a tutela dei poveri: «Per saziare la fame di qualcuno, non è furto se non si porta via nulla nella propria borsa o nella propria tasca» (art. 36).

La Carta di Mandé è stata inserita nel 2009 dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Essa non è certamente l’espressione di una società perfetta, ma è una pietra miliare nel cammino che l’umanità – a prescindere dal continente di provenienza – sta compiendo verso un mondo più giusto, in cui ogni uomo goda dei medesimi diritti e della medesima dignità, sebbene talvolta ci siano stati incidenti di percorso.

Abbiamo voluto raccontare la storia di Sundiata e della sua costituzione, nell’anno in cui celebriamo il 70° anniversario della firma della Dichiarazione universale dei diritti umani, avvenuta a Parigi il 10 dicembre 1948, quando il mondo era uscito da poco dalla seconda guerra mondiale e si voleva proclamare un nuovo ordine, basato sul riconoscimento dei diritti di ogni uomo. Ed è significativo che un passo verso una maggiore uguaglianza – per lo più sconosciuto nel mondo occidentale – sia stato compiuto in un Paese del cosiddetto terzo mondo, dal quale ancora oggi molti uomini e donne sono costretti a fuggire per cercare proprio quell’uguaglianza, proclamata lo scorso secolo, ma ancora difficile da realizzare.

Foto di Ivan Diaz

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