Parla come vivi!


Il legame sorprendente tra congiuntivo, desiderio e vita quotidiana

Cosa c’entra il congiuntivo con la vita? Sin da bambino ho avuto una spiccata sensibilità per la lingua e l’uso delle parole. Ho iniziato a leggere racconti prematuramente, e di scrivere, da quando ho appreso i rudimenti dell’alfabeto, non ho mai smesso. Mi sono sempre divertito a comporre piccole poesie in occasione di feste e ricorrenze familiari o a scrivere delle storie da condividere con gli amici. Crescendo, poi, ho scoperto quasi una vocazione e ho deciso di fare, della mia passione, un lavoro: quello di insegnante. Ho studiato lettere classiche spinto proprio dal desiderio di andare a fondo nella conoscenza dei meccanismi della lingua e di comunicare ad altri questo stesso amore. Con quanto successo, francamente non saprei. Ora, qualche tempo fa, proprio mentre cercavo di immaginare una formula di auguri da trasmettere ai miei amici in occasione del Natale, mi sono ritrovato a riflettere sull’uso del congiuntivo. Sorgerà spontanea la domanda: «Cosa c’entrerà mai il congiuntivo con gli auguri di Natale o, più in generale, con la vita e le sue interazioni?». Credo che il nesso, seppure non evidente, sia comunque molto intimo, e proverò a spiegarlo.

Ho smesso ormai di contare le volte in cui mi sono sentito torcere le viscere per un uso improprio del congiuntivo, o addirittura per la sua omissione, soprattutto nella lingua parlata e colloquiale. Eppure sono convinto che questa vexata quaestio vada ben al di là di un uso corretto e appropriato della grammatica. Non si tratta di banale purismo linguistico, al diavolo un periodo ipotetico mal formulato se si sta tra amici a bere una birra. Credo valga piuttosto la pena di riflettere su ciò che la lingua, con la sua ricchezza e la sua varietà di formule, ci consente di modulare attraverso il nostro modo di comunicare. In fondo – lo sappiamo bene – le parole veicolano concetti e in genere si parla più o meno come si pensa. Direi perfino più o meno come si sente e ci si approccia alla vita.

Quindi, cosa vorrà dire – mi sono chiesto – il declino del congiuntivo nella lingua italiana, così come, del resto (anche se in modi diversi), in altre lingue romanze, come il francese e lo spagnolo? Qualcuno ha ipotizzato un fisiologico fenomeno di semplificazione della lingua; qualcun altro, invece, pensa si tratti più banalmente di una questione di registro poco controllato, ma non è questa la sede per entrare in un dibattito che ci porterebbe troppo lontano, né tantomeno è lo scopo di questo articolo. Mi preme piuttosto condividere con altri l’augurio che quest’anno ho voluto rivolgere ad alcuni amici in occasione delle feste: quello, cioè, che ci si riappropri di questo modo verbale non solo e non tanto per imparare a parlare meglio, ma per cominciare a coniugare la vita stessa al congiuntivo. Mi si chiederà perché proprio al congiuntivo. Beh, perché il congiuntivo, a differenza dell’indicativo, esprime il modo delle possibilità e – erede dell’antico ottativo greco – anche il modo dei desideri e dei sogni. È il modo dell’invocazione e della speranza, il modo della preghiera e dell’attesa. È il modo preferito dalle madri e dai padri quando provano a sbirciare in fondo alla vita del loro bambino, immaginando quante e quali potenzialità ancora nascoste si concentrino, come una promessa, dentro il loro frugoletto. È il modo con cui un giovane si affaccia alla vita e prova a immaginare come sarà il suo futuro, chiedendosi se avrà il coraggio e la forza di realizzare i propri sogni (o, più semplicemente, se riuscirà ad avere una pensione). È il modo verbale di chi ha dato retta a un’intuizione e ha lasciato tutto per seguire la persona cha amava, ma che a un certo punto della vita si ritrova smarrito e si chiede dove e cosa abbia sbagliato. Il congiuntivo è il modo di chi ama lasciarsi stupire, di chi è pronto a imparare una nuova lingua o a esplorare ogni sabato sera nuovi sapori. Di chi non vuole cedere all’abitudine, ed è disposto a rinascere e a reinventare la propria vita ogni anno, ogni mese, ogni giorno o, forse, perfino ogni istante, mettendo in gioco tutta la creatività e l’originalità di cui è capace. Allora, visto che anch’io ho collezionato qualche errore di percorso, quest’anno vorrei imparare a lasciarmi coniugare al congiuntivo, a non farmi chiudere dentro schemi già fissati, posizioni costituite o idee ben certificate dal gruppo a cui appartengo…Vorrei lasciarmi scomodare dai miei sogni e non avere paura – ancora una volta – di sbagliare strada; forse perfino di sbagliare un congiuntivo.

Durante quest’anno di studi a Parigi, mi sono reso conto di come a volte corriamo il rischio di vivere la nostra vita illudendoci che tutto debba scorrere liscio e procedere sempre in una stessa direzione, quella che abbiamo pensato di darle noi: Io sono, io faccio, io vado! Appunto, viviamo spesso una vita coniugata piuttosto all’indicativo, appiattita cioè sulla realtà che conosciamo, sulle nostre zone di comfort, sui piccoli angoli di mondo in cui ci muoviamo con dimestichezza. Una vita comoda, sicura come un assegno non trasferibile, garantita come un contratto indeterminato in un ente statale (anche se la metafora, da qualche tempo, non sembra più così calzante!). L’indicativo, il modo dell’oggettività e della definizione!

Eppure, a volte accade che inaspettatamente, lungo il cammino, si apre un varco improvviso, un sentiero interrotto, una piccola mulattiera marginale, un viottolo non battuto e dimenticato da tutti. E accade anche, a volte, che proprio sbagliando strada, proprio imboccando uno di quei sentieri laterali, non raccomandato da nessuna guida turistica autorizzata, riusciamo a riscoprire e a ritrovare il senso delle cose, persino della nostra vita o di una vocazione. È sempre la stessa storia di strade scomode, di porte piccole e di scarti da buttare; di pietre messe da parte e diventate poi testate d’angolo per nuove case da edificare. La stessa di bambini poveri e insignificanti, nati all’addiaccio, qualche volta dentro un presepe, e che hanno finito col cambiarla, la Storia. E infinite altre storie. Perdere di vista il congiuntivo, allora, vorrà forse dire – anche – aver dimenticato la forza dirompente dei nostri desideri e la bellezza di scoprirsi vulnerabili di fronte all’imprevisto e alla novità? Allora, tra un congiuntivo e l’altro, tra un desiderio e un sogno, io mi auguro – ogni tanto – di sbagliare anche strada, perché è proprio in uno di questi sentieri dimenticati da tutti, in una di queste piccole vie laterali che intersecano la strada maestra, che Dio ci aspetta. Anche lì, dove la guida segnala solo una pietraia o un dirupo, Lui si lascia trovare e incontrare. Perché, se Dio esiste, ah, spero proprio che, almeno Lui, lo ama il congiuntivo!

Foto di Nine Köpfer

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