IL SILENZIO


Che cos’è il silenzio?

Non appena ci accingiamo a riflettere e tentiamo di darne una definizione, risulta chiara la complessità e l’importanza di questo concetto. Dall’antichità ad oggi esso è stato oggetto di speculazioni filosofiche e teologiche, nonché di richiami poetico-letterari. Questo grande interesse testimonia l’essenziale legame esistente tra il silenzio e il mondo, l’uomo, il linguaggio, l’arte. Il silenzio è sicuramente protagonista dei momenti più importanti della vita di un uomo e come afferma G. Leopardi “è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della maraviglia, del timore”. Tra queste passioni spicca l’amore. Quando si è innamorati il silenzio acquista un valore speciale. La grande intimità tra due amanti rende le parole un qualcosa di troppo; si sviluppa una sorta di empatia per cui, in silenzio, si condivide ogni pensiero, sensazione…

Per questo motivo B. Pascal afferma che “in amore un silenzio ha più valore di una parola”.

A volte però il silenzio, inteso come assenza di suono, si coniuga con l’ironia. Lo insegna Leo Longanesi in un libro del 1926, “I giusti pensieri del modesto signor di Bonafede”, che, oggi più che mai, ci sembra ancora attuale: “I nostri deputati leggono poco, si sente dal loro silenzio”. Un silenzio culturale.

L’argomento è infinito. Shakespeare fa dire ad Amleto nel V atto, scena II, dell’omonima tragedia: “The rest is silence”, ovvero “Il resto è silenzio”.

Nella celebre canzone di Simon & Garfunkel, risalente alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, “Sound of Silence”, si ricordano tra le altre quelle persone che ascoltano senza udire, “People hearing without listening”. Ormai sono numerosissime. Il loro è possibile definirlo un silenzio esistenziale. Già, esistenziale.

A tutto ciò mi sento di aggiungere e consigliare un silenzio buono che è possibile trovare nel libro di Erlin Kagge: il primo uomo a raggiungere Il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i “tre poli”: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell’Everest.

Venduto in venti Paesi, intitolato semplicemente “Il silenzio”, questo libro di si legge con piacere. È stato concepito in 33 risposte (l’ultima è una pagina bianca) e con un capitolo di annotazioni e rappresenta un antidoto contro uno stile di vita che ormai è basato sull’intrattenimento perpetuo, su un volgare frastuono costante.

“Cercare il silenzio. Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l’ascolto dei suoni interiori”, scrive Kagge.

Se pensiamo che in media oggi la concentrazione si perde ogni otto secondi capiamo bene che la distrazione è diventata uno stile di vita. L’epoca dei social ha fatto sì che la profezia di Andy Warhol, “prima o poi tutti avranno il loro quarto d’ora di notorietà, si realizzasse in pieno. L’intrattenimento e la ricerca spasmodica del like è diventata abitudine. Così, quando incontriamo il silenzio, lo viviamo come un’anomalia. Invece di apprezzarlo, ci sentiamo a disagio, ci ricorda Kagge, il quale, però, proprio del silenzio ha fatto una scelta di vita. Nei mesi trascorsi scalando l’Antardide, l’Everest e il Polo Sud, racconta di aver imparato a fare propri gli spazi e i ritmi della natura, e a immergersi in un silenzio interiore, oltre che esteriore. La sua conclusione è che il silenzio è un tesoro immenso e una fonte di rigenerazione che tutti possediamo a cui è però difficile attingere, immersi come siamo nel frastuono della vita quotidiana. Già Sciacca, in Come si vince a Waterloo aveva perfettamente descritto il nostro tempo: “La nostra epoca è rumorosa e senza silenzi, senza armonie. Povera di parole, ricca di voci. Mancano gli spazi di meditazione e di raccoglimento. Viviamo dispersi nella dispersione di mille cose inessenziali. Ci vince la stanchezza, alla fine di un giorno qualunque, non ci attrae il silenzio. Decine di appuntamenti al giorno, puntuali a tutti, siamo incapaci di un minuto di silenzioso raccoglimento e arriviamo sempre in ritardo all’appuntamento con noi stessi”. O, se vogliamo, possiamo ancora dire che sempre più la nostra esistenza è basata su quel chiacchiericcio che avvolge i nostri giorni, in un mondo dove i più si credono essenziali e dimenticano, come ricordava Montaigne, che i cimiteri sono pieni di persone considerate a loro tempo indispensabili. E allora possiamo, per un attimo,  provare a soffermarci sulle tre domande che Kagge si pone nel suo libro: Che cos’è il silenzio? Dove lo si trova? Perché oggi è più importante che mai? Trentatre le possibili risposte che egli offre. Trentatre riflessioni scaturite da esperienze, incontri e letture diverse, e animate tutte da un’unica certezza: che il silenzio sia la chiave per comprendere più a fondo la vita. “Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque. Basta cercarlo” Per questo la riflessione più bella è la trentaquattresima, la pagina vuota che noi tutti siamo chiamati a riempire.

ERLIN KAGGE, IL SILENZIO


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