A scuola di Speranza


Un’esperienza dalla Scuola di italiano del Centro Astalli

Quando nel settembre dello scorso anno mi fu chiesto di lavorare alla scuola di Italiano del Centro Astalli, non immaginai neanche lontanamente l’avventura in cui mi sarei trovato e che ancora scandisce le mie giornate. Fui molto felice di essere destinato alla scuola, un luogo conosciuto e amato, avendo insegnato per un certo tempo in alcuni istituti della periferia romana. Il rapporto particolare con i singoli e le classi cui si insegna; l’individuazione e la trasmissione degli strumenti più appropriati perché nei ragazzi nasca la curiosità di conoscere e mettersi in gioco consapevolmente, in modo aperto e rispettoso delle altrui diversità; la fiducia, risultato inestimabile e faticoso della cura costante della relazione personale con ogni studente; il confronto generazionale, luogo di incontro, scambio e apprendimento reciproco, sono solo alcune delle sfide da me vissute e che, a mio avviso, rendono l’insegnamento tra le professioni più impegnative e appaganti. Insomma, così credevo, non arrivavo del tutto privo di risorse; cosciente, certo, delle diversità ma tutto sommato, abbastanza rassicurato dalla conoscenza acquisita.

I primi mesi in effetti sembrarono confermare in me l’idea della sostanziale somiglianza delle esperienze. Certamente fu per il fatto di trovarci a svolgere le quotidiane lezioni all’interno di un edificio scolastico, in un’aula dotata di lavagna elettronica e banchi, ma soprattutto, lo vedo ora, per quel meccanismo troppo spesso ignorato, attraverso il quale tendiamo a ricondurre entro categorie note o schemi rassicuranti, le novità in cui ci troviamo.

Il primo scossone alle mie certezze arrivò, come di solito avviene, in uno di quei normalissimi giorni dai quali nulla ci si aspetta e che, anzi, si presentano piuttosto scialbi già dalla prima occhiata fuori dalla finestra. Entrando in aula come sempre, notai il posto vuoto del ragazzo etiope, sempre puntuale e compostamente seduto di fronte alla cattedra. Mi sorprese alquanto la cosa, visto che dal suo arrivo, diversi mesi prima, non aveva mai fatto un’assenza e si era distinto per l’impegno e i veloci progressi nell’apprendimento della lingua italiana, lui che in Etiopia non aveva mai avuto la possibilità di studiare. Il suo, però, non era lo zelo di chi vuole riprendersi qualcosa o riaffermare la presenza in questo mondo, determinazioni assolutamente legittime tra l’altro, ma desiderio di scoperta, gusto per quanto si andava aprendo davanti e dentro di lui. Non fui il solo a notarlo. Quel giorno nessuno tra i suoi compagni seppe darmi notizie circa la sua assenza. Al termine della lezione condivisi sul gruppo WhatsApp degli studenti gli argomenti per l’indomani e fino a sera sperai sinceramente in un suo messaggio, ma niente.

Il giorno dopo non venne e così quello successivo e per tutta la settimana. Forse qualcuno, ora, considererà esagerato preoccuparsi per una settimana di assenza da scuola. Sì, forse è così, anche se quando uno dei tuoi studenti vive per strada è diverso.

Hermeis aveva un sacco a pelo e una coperta per casa, ai quali aggiungeva qualche cartone nelle notti più fredde. Ero l’unico a conoscere questo segreto. Hermeis non è mai entrato in classe con gli abiti sporchi o emanando cattivo odore: è una persona pulita, anche di animo. Una volta chiacchierando, per caso venni a sapere del tragitto che ogni giorno percorreva a piedi per lavarsi, circa quattro chilometri. Gli chiesi come mai non utilizzasse l’abbonamento Metrebus offerto dalla scuola e lui, con una semplicità che mi lasciò basito, mi rispose che quell’abbonamento gli era stato offerto per raggiungere la scuola e non per altro!

Faticai non poco a convincerlo ad usarlo anche per tutti gli altri suoi spostamenti. Un’altra volta, durante un periodo particolarmente piovoso, gli chiesi se avesse bisogno di qualcosa, ma lui mi rispose con un proverbio del suo villaggio che suona più o meno così “La farfalla senza coprirsi la schiena copre la pianura” … e di pianure ne ha coperte quel ragazzo! Partito adolescente dall’Etiopia, a piedi, con un piccolo gruppo di parenti e amici, poco dopo l’ingresso in Sudan fu catturato e separato dai suoi compagni, dei quali non seppe più nulla. Finì venduto come schiavo, e questo avvenne più volte.

Nei circa tre anni di viaggio prima di approdare nel primo luogo dove fu considerato un essere umano, l’Italia, sperimentò torture di ogni tipo, privazioni, solitudine, fatica. Non ne parlerò, ma ho fatto riferimento a questa parte della sua storia per cercare di trasmettere lo stupore di fronte al suo sorriso profondo e accogliente, a quella serenità e vitalità donate a chi riusciva a tenere gli occhi nei suoi, occhi di un nero intenso, ampi e luminosi: come può una persona trovare ancora senso intorno a sé e fidarsi dopo aver vissuto tanto orrore?

Mi porto dentro questa domanda senza una risposta, anche perché non ho mai avuto il coraggio di rivolgerla ad Hermeis né agli altri studenti: sì, perché come lui ce ne sono tanti, davvero tanti… tanti da non crederlo! Le loro storie ci commuovono quando le sentiamo nei programmi di intrattenimento del pomeriggio, o forse no, tante sono e lontane dalle nostre vite. Forse ci irritano, anzi decisamente ci irritano con quell’ostinata pretesa di aiuto o forse perché le ferite visibili sui corpi di ragazze e ragazzi, uomini e donne, ci rivelano che più del deserto o della montagna, del vento o del mare, spietato è l’uomo quando sceglie di considerare il suo simile nient’altro che merce.

Questo decisamente impaurisce e crea disagio perché se, come scrisse George Eliot: “La crudeltà, come tutti i vizi, non richiede altro motivo che sé stessa: ha bisogno soltanto di un’occasione”, l’occasione può essere data da qualsiasi infimo, banale capriccio: chi può considerarsi davvero al riparo allora? Eppure, ogni giorno, i ragazzi del corso di italiano sono qui a far progetti per il futuro e a ritornare a lasciarsi mettere in gioco dalla vita, a sperare, a fidarsi… come ha fatto Hermeis, di cui non so più niente dal giorno in cui un pomeriggio non si presentò a scuola. Io continuo ad attendere e ad ascoltare le storie e i racconti di altri nei cui visi, a volte, mi sembra di scorgere quegli stessi intensi, luminosi occhi neri.


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