A SCAMPIA SI MUORE DI CAMORRA.


Fare memoria per non dimenticare il male

Scampia non è solo camorra. Infatti la maggior parte delle persone di Scampia non ha mai avuto che fare con la camorra. Eppure da queste parti – ora che che ne sento raccontare – si muore di camorra. Mi hanno sempre sconvolto i tanti morti ammazzati delle faide.

Il romanzo di Saviano l’ho letto qui. Anche la serie che ne è seguita. E di film e libri sulla mafia ne avevo letti. Letteratura che conta. Tuttavia conoscevo ben poco.

Cinque dicembre duemiladodici, alle dodici del mattino, due uomini armati su uno scooter devono eliminare un pregiudicato della parte avversa. È una eliminazione continua, una rappresaglia dopo l’altra, come in guerra, per fiaccare il nemico. Lui intuisce – a forza di morti ammazzati ci si accorge che è arrivato il proprio turno – e si dilegua. Lo inseguono. Non può scappargli da sotto il naso; sennò nessun altro omicidio sarà commissionato. Anche qui vige la regola di mercato; anzi qui ancora di più. Una pausa. Lo aspettavano sotto casa per ucciderlo. Ma ora lui è scappato e ha cercato riparo, scavalcando la recinzione di un asilo. Quello è il confine da non oltrepassare. Ci sono dei bambini che cantano le canzoni di Natale. Muore trivellato di colpi. Le maestre hanno visto. I bambini, forse, no.

Così Gelsomina, ventun novembre duemila quattro. Mina era una ragazza di ventidue anni. Torturata, seviziata e uccisa per stanare uno scissionista –così si chiama chi rompe il vincolo di appartenenza a un clan. Una colpa sola aveva avuto Gelsomina per i suoi aguzzini: essere stata vista in compagnia di lui, quello da eliminare. Un abbraccio, un bacio, una carezza. Questo era bastato. Il suo corpo era stata ritrovato nella sua auto, carbonizzato. Avevano appicciato il fuoco all’auto per cancellare le tracce delle sevizie sul suo corpo. Ma lei non aveva parlato. Ai suoi carnefici doveva dire tutto. Non sapeva.

Questi omicidi sono già stati raccontati. In molti che hanno vissuto questi omicidi il desiderio è di dimenticare. Dire Scampia è altro, tanto altro. Scampia è tantissimo altro: persone che lavorano, che si alzano presto la mattina e rientrano tardi la sera; universitari di tutte le facoltà; professori; medici, farmacisti; infermieri; disoccupati; liberi professionisti; casalinghe, eccetera, eccetera.

Avere, tuttavia, il coraggio di far memoria di ciò che ha violentato questi luoghi, ne ha deturpato la dignità, ha infangato tante persone. Ricordare questi omicidi, queste efferatezze è un memoriale salvifico e liberatorio; come il raccontare una fiaba che ammonisce, ma che soprattutto educa le nuove generazioni.

Molti giovani non hanno mai saputo. A molti giovani di Scampia però è già stata tolta la dignità. Si vede. Si osserva quotidianamente dalla percentuale di abbandono scolastico, di miseria scolastica. È sempre un pugno allo stomaco ascoltare ragazzi che hanno difficoltà a leggere e a scrivere. O se desiderosi di apprendere, tarpate le ali da un’assuefazione al ribasso.

Le colpe sarebbero tante: storiche, sociali, politiche. Tanto in questi anni è stato fatto da un «volontarismo» di riscatto sociale. Tante le associazioni che operano sul territorio con grande slancio e vitalità. Poi la Chiesa che con impegno si mette a servizio del quartiere. Ma la domanda rimane: come continuare questo cammino di rinascita?

Se non si affronta il passato di violenza di Scampia, e non solo, di Napoli, della Campania, del meridione, del nostro paese, forse non potrà esserci una vera rinascita. Quella ferita continuerà a sanguinare ad ogni omicidio, ad ogni stesa – ragazzi che sparano all’impazzata per lanciare messaggi di intimidazione – per ogni ragazzo che abbandonerà la scuola, per ogni disoccupato a cui sarà tolta la dignità.

Il futuro di queste periferie sarà quello di riappropriarsi dei propri luoghi e spazi identitari, nel ritrovare un’autenticità di luogo abitato, di vita comune e comunitaria. Spazi vivi e vissuti, capaci di memoria.

Saper far memoria, riappropriarsi del passato, per vivere il presente.


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