Roma, film dell’anno

Film dell’anno

Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul film!

Le ultime settimane di ogni anno, sono l’occasione per voltarsi e ripercorrere l’ultimo periodo alla ricerca degli eventi più significativi. In ambito cinematografico, uno dei film più eloquenti dell’anno – forse il più significativo – è Roma, di Alfonso Cuarón.

Cuarón, dopo il successo dell’opera di fantascienza Gravity (7 premi Oscar nel 2014), abbandona l’universo spaziale e atterra a Città del Messico con il film Roma. Il suo ultimo capolavoro – vincitore quest’anno di 3 premi Oscar (regista, film straniero e fotografia) – prende il nome da Roma, quartiere della capitale messicana in cui il regista è cresciuto. Il film è un ritorno a luoghi, eventi e persone della sua infanzia. Ambientato tra il 1970 e il 1971, racconta gioie e dolori di Cleo, giovane domestica di una famiglia benestante della capitale messicana. La ragazza non è solo una donna di servizio umile e attenta; con la sua presenza forte e discreta, silenziosa e decisa è un punto di riferimento per la famiglia. La sua prossimità non si riduce alla mera esecuzione di affari domestici; è cameriera, donna delle pulizie, baby sitter e “sorella maggiore” per i piccoli di casa. Spazza, spolvera, serve a tavola e non lesina baci della buona notte. Solo Antonio, capofamiglia, marito di Sofia e padre dei bambini, spesso assente per lavoro, sembra insensibile alla professionalità tutto fare della domestica. 

Il mondo affettivo di Cleo è popolato dall’amica-collega Adela e dal ragazzo Fermín.  Tuttavia l’idillio amoroso della protagonista si frantuma troppo presto per l’arrivo inatteso di un bambino; la repentina scomparsa del fidanzatino poco incline ad affrontare questa “incombenza inaspettata”, viene affrontata da Cleo coraggiosamente; sostenuta e incoraggiata da Sofia porta avanti la gravidanza con dignità e speranza. Il tentativo di mettere il papà del futuro bambino davanti alle sue responsabilità di padre, incontra il categorico rifiuto del ragazzo: Il suo coinvolgimento nel mondo delle arti marziali è un impegno troppo importante. 

Anche la sua padrona di casa soffre l’abbandono improvviso del partner. Il marito lascia casa, moglie e bambini per un’amante. Le due donne rimaste sole tirano avanti con grinta e dolore.

Arriva il momento del parto per Cleo; la città è in subbuglio per una serie di proteste studentesche a favore della democrazia sfociate nel caos più violento. La capitale è bloccata e la protagonista arriva in ospedale troppo tardi; partorirà una bambina morta. Cleo è annientata dal dolore; Sofia la porta con i bambini un fine settimana in una località turistica. Riuscirà a liberarsi dalla sua sofferenza e a riabbracciare la vita solo dopo aver tratto in salvo dalla violenta corrente marina i figli di Sofia e aver ricevuto la loro dichiarazione spontanea e viva di amore.

 

Il film è un grande racconto storico-popolare, un affresco sociale della Città del Messico dei primi anni ’70. Il regista attinge ai suoi ricordi del passato per una ricostruzione storica di alta fedeltà cui aggiunge l’autenticità degli attori e la freschezza dell’imprevisto. 

Il set è stato costruito all’interno di una casa reale. Cuaròn, con l’aiuto dei parenti ha ricreato l’abitazione della sua infanzia: mobili ed effetti personali vengono in buona parte dai suoi famigliari. Anche la ricostruzione delle dimostrazioni studentesche e la riproduzione delle tensioni economiche e sociali dell’epoca sono il frutto di un accurato lavoro svolto nei minimi dettagli. 

Come nei più grandi romanzi storici il culmine delle vicende dei protagonisti incontra la Grande storia e le sue più drammatiche congiunture. La tragica circostanza del parto di Cleo avviene nel giorno del Massacro del Corpus Christi, uno degli episodi più neri della storia messicana del secolo scorso: le proteste studentesche pro – democrazia culminano con l’uccisione di circa 120 persone da parte de Los Halcones, gruppo paramilitare appoggiato dal governo.

 

Lo sguardo sulla realtà storica è rivitalizzato dalla presenza di attori non professionisti. Cleo è Yalitza Aparicio, una ragazza senza alcuna esperienza di recitazione. Adela, la sua migliore amica nel film, è Nancy Garcìa,  sua grande amica nella vita reale. La forza del film deve molto all’interpretazione magistrale della giovane protagonista, ragazza dotata di una povera ricchezza colma di umiltà, discrezione, dedizione, docilità e rispetto. Per di più, Cuaròn per favorire freschezza e spontaneità della recitazione, durante le riprese rende note solo all’ultimo momento le scene da girare: ogni eccessiva preparazione viene evitata.

Lo sguardo documentaristico sulla realtà e la forza espressiva degli attori – sé stessi e altro da sé – impreziosiscono la straordinaria sceneggiatura  e la regia da fuoriclasse di Cuarón.

La vita di tutti i giorni, è presentata nel film nella sua essenzialità e semplicità: normali conversazioni, piccoli gesti e azioni ordinarie descrivono con chiarezza la routine quotidiana della protagonista. 

Allo stesso tempo affiora la costante “esposizione al sacro” di ogni esistenza di cui parla il teologo Sequeri: le grandi esperienze della vita, la nascita e la morte guidano la nostra vita nella ricerca di un senso trascendente. In Roma è straordinaria la concatenazione di due grandi temi dell’uomo- nascita e morte – in pochi minuti di grande cinema. Il giorno in cui Cleo partorisce è il giorno del Massacro del Corpus Christi. In quel preciso momento la ragazza si trova in un negozio di articoli per l’infanzia per scegliere il lettino del suo futuro bebè; in un primo momento, immersa tra le culle, osserva l’insurrezione e alcune uccisioni dalla finestra. Poi “la strada entra nella stanza”: Nel negozio irrompe un ragazzo inseguito e Cleo assiste inerme ad un’uccisione; uno dei paramilitari armati è proprio Fermín che le punta una pistola, prima di fuggire. In quel frangente si rompono le acque e Cleo darà alla luce una bimba morta.

Un altro tema suggerito dal film è la ricerca di senso. 

Fermín dopo un rapporto esplicita a Cleo il suo itinerario di ricerca: “Ho scoperto le arti marziali e tutto tiene senso, come quando mi guardi” . Il suo cammino lo porterà a intraprendere la lotta armata, nell’assunzione di una responsabilità universale a scapito del più gravoso onere personale della paternità; voler cambiare il mondo nei più giovani può essere un alibi per non cambiare se stessi. 

Di segno opposto è il percorso di Cleo. Il dramma del parto mancato e il senso di colpa per non aver mai davvero desiderato quella bambina nata morta, crolla nel finale dinanzi a due situazioni: il salvataggio in mare dei bambini a rischio della sua stessa vita (non è in grado di nuotare) e la dichiarazione autentica e spontanea di amore da parte di Sofia e dei suoi figli. La scoperta di una nuova fecondità data dal dono di sé fino al pericoloso salvataggio in mare e la consapevolezza di essere davvero amati, è un passaggio chiave nel cammino umano di Cleo; è pronta a ritornare alla vita quotidiana con occhi nuovi. 

Il percorso spirituale-umano di Cleo viene elegantemente suggerito dall’inquadratura finale del film, contrapposta a quella iniziale. In apertura del film i titoli di testa appaiono sulle mattonelle di un pavimento, su cui scorre acqua e sapone; poi appare il riflesso di una finestra in cui si nota il passaggio di un aereo. L’ultima inquadratura riprende il cielo e una scala diretta verso l’alto, salita da Cleo per raggiungere la terrazza; e ancora una volta il passaggio di un aereo. Il contrasto evocativo tra le due inquadrature è evidente: la prima riprende il suolo, l’ultima il cielo; nella prima la realtà dell’aereo in volo si vede riflessa, nella seconda direttamente. Non potrebbe indicare un cammino di presa di consapevolezza di Cleo, un’uscita dalla caverna platonica – in cui la realtà si scorge riflessa sulle pareti – verso il mondo esterno per un confronto vis-à-vis con la verità delle cose? Forse una conferma del suo cammino in cui il senso trovato offre uno sguardo più veritiero e autentico sul mondo?

Come le due inquadrature citate sono numerosi i momenti di grande forza cinematografica: nella prima parte del film la scena del parcheggio di Antonio nell’angusto atrio della casa, presenta in modo deciso il carattere del protagonista – come poi si rivelerà in seguito – senza inquadrarlo in volto:  in pochi precisi calcoli e fredde manovre, l’auto entra prepotentemente nella casa, schiacciando gli escrementi di Borras, il cane di famiglia. Una chiara antitesi con l’atteggiamento dimesso e modestamente eroico delle donne del film.

E la dolorosa scena del parto è straordinaria: in un lunghissimo, tragico, piano sequenza, l’inquadratura è incorniciata dal corpo di Cleo, partoriente; la bimba viene alla luce senza suoni e la protagonista – con noi – si volta verso il centro della scena dove, su un tavolino un medico e un infermiere tentano di rianimare il corpicino; siamo tutti li con lei a sperare e a soffrire.

 

Un altro punto di forza del film è l’elegante bianco e nero che favorisce uno sguardo contemplativo sulla realtà. Si potrebbe parlare di trasfigurazione del quotidiano; le azioni e le situazioni più semplici e quotidiane, acquistano nuova luce e bellezza. I movimenti di macchina vanno nella stessa direzione; Piani sequenza e carrellate invitano l’occhio a concentrarsi su un dettaglio apparentemente insignificante, come l’atrio di una casa, una stanza, un gruppo di persone. Nei nostri occhi anestetizzati, rinasce la meraviglia per dettagli spesso trascurati. Ri-conoscere le piccole dimensioni di ogni giorno, è il primo passo per trovare un senso e una grandezza alla portata di tutti noi. 

Il film è un grande romanzo popolare, un affresco di un’esistenza individuale e collettiva in un preciso periodo storico. La sapiente regia di Cuaròn, realizza un’opera vera, carica di lirismo e bellezza. E’ grande cinema e vita vissuta.

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