Dolore e morte: dov’è il senso?

Morte e sofferenza hanno iniziato a ballare davanti ai nostri sguardi impotenti come accade in certi affreschi che ritraggono la danza macabra, dopo le restrizioni imposte dal virus Covid-19. Qualche segnale di riapertura, ma tutto per lo più fermo, immobilizzato. Rimane lo sguardo in casa segregati. Rimane in piedi, come unico valore, per dirlo con Agamben, la sopravvivenza. La persona sembra ridotta a rincorrere l’esigenza di sopravvivere. Ci si avvinghia alla nuda vita.

Rimane, tuttavia, anche altro. Rimane qualcosa che il virus pare, piuttosto che rimuovere, restituire in modo più prepotente che mai: è il domandare. Rimane la domanda. Parlarne al singolare è riduttivo. Rimangono le domande. Affiorano e chiedono ascolto. Rimane soprattutto la domanda sulla morte e sul dolore. 

“Perché si muore?” Kiéslowski mette sulle labbra del bambino nel primo dei dieci mediometraggi che compongono il Decalogo . A ogni comandamento sono dedicati più o meno cinquanta minuti. Il primo vede protagonisti un bambino e il papà. Il bimbo vive accompagnato dalla figura paterna, così ancorato alla scienza e alla razionalità scientifica; e dalla zia, che in un abbraccio gli mostra la presenza di Dio.

Il figlio chiede al padre, dopo aver visto la carogna di una canna, il perché della morte. Il papà aggiunge qualche motivazione ragionevole. Al bambino, però, non basta: chiede il senso dell’esperienza, così presente nella vita, chiamata morte . Qual è il senso del morire?

Il mediometraggio si conclude con la morte dello stesso bambino, che cade in un lago ghiacciato. Il padre aveva sostenuto lo strato di ghiaccio che ricopriva l’immagine non doveva ceduto. Il figlio sarebbe potuto andare a pattinarvi. Il figlio va, ma l’esito è diverso da quello prospettato dalla ragione. C’è un imprevisto. Accade qualcosa di non calcolato. 

Il modo in cui il bambino muore sembra rivelare qualcosa del morire: è un evento indisponibile. Il padre non lo prevedeva, non poteva prevederlo. Nessuna persona può prevederla né sfuggirle. Si pone come un accadimento certo e inafferrabile al tempo stesso. Si pone come una sorta di orizzonte: Heidegger ne parla come la possibilità dell’impossibilità di ogni possibilità. È il passo ultimo di fronte a quale tutte le possibilità umane tacciono. La vita è pensabile come una moltitudine di possibilità tra le quali scelgo, finché la morte non è annulla e al suo cospetto nulla è più possibile.

Il padre del bambino va davanti alla silhouette della Madonna, circondato da candele, che lui getta a terra. La cera disciolta dal calore delle piccole fiamme cola sul volto della Madre, quasi un suggerire un pianto in due. A piangere sarebbe lei, insieme al padre. 

Concludo l’epopea dell’uomo che ha perduto il figlio. Sia il lettore a interpretare. Non voglio in questa sede sviscerare il senso del finale. Mi limito a indicare il luogo: il sacro.

La parola senso è legato alla direzione. Chiama in causa l’atto di camminare. Quel padre, diventato consapevole della perdita, cammina. È come se cercasse il sentiero del senso di quanto avvenuto. Di fronte all’icona s’inginocchia. Il sacro, come un delicato sibilo, sembra suggerire qualcosa che sopravanza la morte.

Perché la sofferenza? È l’altra domanda di cui accennavo. Le cause sono diverse, aggiunte. I punti di vista non sono esiterebbero essere numerosi ea spiegare in vario modo il dolore. Ciononostante, io credo che non basti individuare la singola o le multiple causa che hanno generato per risolvere la questione. Soprattutto in tempo di Covid, ciò che viene interpellato è il senso. La domanda riassume la ricerca delle cause puntuali di questo o quel dolore, ma chiede anche di più. È in gioco il significato di vivere un dolore. Perché la sofferenza? Le cause appartengono alla risposta, però non la esauriscono. 

Interpello un altro film, Cento Chiodi , di Ermanno Olmi. Il protagonista è un professore di filosofia che, dopo aver inchiodato le diverse superfici della biblioteca in cui ha lavorato cento libri coi cento chiodi citati nel titolo dell’opera, lascia il proprio lavoro. Si dedica alla ristrutturazione di un rudere, presso un paesino abitato da gente semplice, a riva a un lago. Conosce quelle persone, vive con loro, condivide. Li aiuta nel momento in cui sono minacciate di essere sfrattate da quelle abusive. 

È ricercato per il reato, di cui si dichiara responsabile ma non colpevole. Viene trovato e arrestato. In cella avviene il dialogo tra lui e il prete che per una vita intera è dedicato ai libri rovinati e alla biblioteca. È arrabbiato, ferito. Il dialogo prende la direzione del giudizio ultimo divino. 

Lì si colloca la prospettiva interessante del professore in prigione: nel giorno ultimo non saranno le persone a doversi giustificare, ma sarà Dio a dover rendere ragione del dolore, in particolar modo del dolore innocente. 

Il percorso vissuto dall’insegnante ribelle giunge alla domanda sulla sofferenza, rivolta a Dio, e chiede a Dio la risposta. Lui, nel giorno ultimo, dovrà rispondere. Non accadrà il contrario. 

Forse per educazione ricevuta forse per altre numerose ragioni, siamo abituati a pensare che il giudizio sia il momento in cui la persona dovrà rispondere di quanto fatto o omesso, magari non alla presenza di un giudice. Scoprirà in qualche modo la verità della propria vita.

Olmi, usando il professore e il suo cammino, sembra ribaltare la visione: forse una verità ci sarà, ma consegnata come risposta del Signore a quella domanda così urgente così prepotente sul perché del dolore.

 

Qui il link del dialogo tra il padre e il figlio nel Decalogo di Kieslowski: https://youtu.be/_PfN4GV078c

 

Qui il link del dialogo tra il professore e il prete in Cento chiodi: https://youtu.be/aRKpU-L0n-A  

 

Autore: Carmine Carano

Our latest posts

Our popular posts

Related Posts