Per un filo


Si può trovare Dio sospeso su una roccia?

Viene per tutti il momento di interrogarsi sulla vita, la fede, la fiducia. Si cercano punti di riferimento e persone capaci di darci delle direttive, dei punti di vista, delle parole per poterci districare tra le nostre domande, desideri e quant’altro. Sulla fede, poi, si sentono sempre belle parole, con grandi esempi di santi o di personaggi biblici. Ma a volte siamo proprio impantanati in qualche periodo buio, o semplicemente triste, e tutto appare non credibile.
A proposito di questo, condivido qualche mia attività di questo periodo: a me piace molto la montagna e qualche anno fa ho anche iniziato ad arrampicare, prima in palestra e poi fuori su roccia. Ora, sebbene non sia un granché, vado ogni tanto in una falesia vicino a dove vivo a mettere le mani sulla roccia, a provare qualche passaggio o a fare qualche tiro di corda.

Però, da quando ho iniziato ad arrampicare fino ad oggi, trovo veramente netto e sempre sconvolgente il legame con la vita spirituale: ciò che faccio e che vivo mi parla di Dio, del mio rapporto con Lui e con gli altri.
Partiamo dalla roccia. Nella Bibbia essa è sempre immagine della sicurezza, del rifugio, del Signore che non abbandona mai. Altro che il mare che ti sommerge e ti rende cibo dei “mostri marini” (grazie al cielo so stare un po’ a galla!). Questo non esclude però quella paura che, latente, vive nel nostro cuore: la paura di morire. Già, perché fino a che si tratta di saltare un muretto, siamo capaci tutti. Quando ti ritrovi a trenta metri (o più) con sotto di te il nulla, si inizia però a considerare diversamente la cosa.
Con la paura della morte arrivano poi tutte le altre: di non essere in grado,  di sbagliare e cadere, la sfiducia nella corda, nel compagno e nella roccia. Da un vago sentimento, il tremito si fa sentire sempre più. Prende il cuore, la mano, le gambe… Si è sulla roccia, ok, ma per quanto tempo?!
Con il Signore, con la nostra vita, più o meno funziona così. Ci si accorge di cosa stiamo facendo e ci meravigliamo delle nostre capacità ma anche della fragilità. Le paure iniziano ad uscire e tutto diventa sempre più incerto.
La prima cosa che viene spontanea è aggrapparsi. La tenacia serve, ma solo se aiuta ad andare avanti; rimanere fermi in tensione, invece, consuma tutta l’energia, ti stanca e, in un circolo vizioso, fa aumentare la paura, l’attaccamento e così via. Chi arrampica, invece, si rilassa, cerca di tenere le braccia tese, di muoversi come in una danza con i piedi. La fatica c’è, le difficoltà pure, ma non ti esauriscono.
Un altro elemento chiave è la corda. Essa non ti traina, non ti solleva, ma ti permette di provare, di fidarti di te e di chi ti fa sicura. Ti permette anche di sbagliare senza morire, facendoti “volare”. La prova finale è la discesa: ti devi rilassare, lasciarti cadere, qualcun altro ti sorregge e ti riporta sano e salvo alla base.
Credo succeda a tanti di lottare contro Dio, con il desiderio di salvarsi da soli, di voler raggiungere la perfezione da sé, di voler combattere i tanti Golia che ci circondano con le nostre forze. Poi, stanchi, ci si arrende, ci si rilassa e, invece di cadere nel vuoto urlando, si viene calati dolcemente come dei bambini semi-addormentati sul letto. Lo spettro della paura si dissolve. La morte tanto invocata nella fatica e nella disperazione cede il passo alla vita.

Ogni volta che vado ad arrampicare, sempre rifaccio questa esperienza, questo viaggio che sembra sempre nuovo. Mi sorprende sempre. Come il fatto che il Signore che mi sostiene, mi cerca, indipendentemente dalle mie mancanze e paure. Sempre mi fa fare il passaggio sulla roccia che vedo, mi spinge in alto senza trascinarmi, lasciandomi piena fiducia e sostenendomi nei miei voli, perché possa riprendere da un punto sicuro per oltrepassare la difficoltà. Spero succeda a tanti di ritrovare questa fiducia. E perché no, anche di arrampicare!


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