Cancro, geni e cura dell’anima

Tentativo di un’analogia

La ricerca sul cancro è stata una mia passione per almeno gli ultimi dieci anni – come studente di medicina, come dottore, ma anche adesso come gesuita. Ero – e sono – particolarmente affascinato dalla potenzialità della genetica molecolare nella terapia mirata del cancro: in parole semplici, uno studio dettagliato dei geni implicati nel cancro può aiutarci a creare farmaci o terapie che sono personalizzate o individuali per un particolare paziente. Le implicazioni sono enormi.

Ed è così che un recente articolo sulla ben nota rivista Nature ha catturato l’attenzione dei giornalisti di tutto il mondo; e un amante della genetica molecolare come me non può far altro che condividere l’esultanza: si è finalmente analizzata l’intera sequenza genetica (genoma) di 2658 diversi casi (rappresentanti 38 differenti tipi di cancro) insieme con il genoma delle “cellule normali” da cui sono mutate. La vasta biblioteca di informazioni che questo fatto ha reso disponibile può dare un grande contributo e gettare luce su cosa porta alla mutazione del cancro, quali sono i punti deboli del cancro e dunque – quella che è la mia area personale di interesse – come ritagliare una terapia su misura del singolo paziente, in base alle specifiche mutazioni del suo cancro.

Questa informazione si accompagna con una recente esperienza personale, quella di insegnare catechismo ai bambini che si preparano ai sacramenti della Riconciliazione (più comunemente – e meno correttamente – conosciuto come “confessione”), della Comunione e della Confermazione, ed è soprattutto sul primo di questi tre che trovo utile fare un’analogia con questo discorso sul cancro, la genetica e la terapia personalizzata.

A partire dalla stessa parola usata. “Cancro” è una parola tabù, densa di conseguenze inquietanti e imprevedibili, a volte considerata dai pazienti automaticamente come una sentenza di morte. I familiari – nella loro ben intenzionata, ma spesso sbagliata compassione – possono anche provare rabbiosamente a imporre il silenzio a un dottore che ritiene che il paziente abbia diritto a conoscere la propria diagnosi.

Ugualmente come un’altra parola tabù – “peccato”. Molti genitori potrebbero affermare piuttosto con forza che è meglio non parlarne con i propri bambini, forse (giustamente) temendo un ritorno ai traumatizzanti discorsi su fiamme e zolfo di alcuni modi pastorali del passato. E tuttavia esiste, è vero e ignorarlo rende solo le cose peggiori. Ma cosa è “il peccato”? Ancora, l’analogia con il cancro può aiutarci.

Un tumore è essenzialmente un gruppo di cellule che inizia a riprodursi al di là dei limiti normali, a causa di una differenza genetica rispetto alle altre cellule sane. In realtà, le nostre cellule soffrono danni genetici (errori nel “fotocopiare” i genomi durante la divisione cellulare, le radiazioni solari, ecc.) tutto il tempo – ma di solito, il sistema immunitario del corpo è efficiente nel riconoscere gli intrusi e a distruggerli. Nel caso del cancro, queste cellule mutanti evadono in qualche modo il sistema immunitario: o perché esso è troppo debole, o perché esso fallisce nel distinguere velocemente le cellule del cancro dalle cellule sane. Esso pensa che queste cellule sono “ok”, “normali”, “una parte di me”, “parte del sistema”, “non una minaccia”. Oltretutto, nessun tumore è simile a un altro. Infatti, un tumore può avere al suo interno molte differenti popolazioni (lignaggi o “cloni”) di cellule geneticamente differenti – il “cancro” non è semplice e non c’è una risposta diretta o universale.

Il peccato è simile: esso vive in noi e viene fuori di noi, ma non è chi noi essenzialmente siamo. Molte volte, ci sentiamo troppo deboli nel combattere la tentazione, ma possiamo anche essere completamente ciechi al peccato, non riconoscerlo per ciò che è (di solito non scegliamo ciò che è sbagliato perché è sbagliato, ma perché ci appare in qualche modo buono) pensando che sia “ok”, “normale”, “non una minaccia”. E poi, esso può crescere lentamente, cambiare ulteriormente in un caleidoscopio di vari vizi/”cloni” e “metastasi” in altre parti della nostra vita e delle nostre relazioni.

Continuando nell’analogia, come possiamo trattare il cancro? Certamente non con lo zen, le tisane o – una cosa che non sopporto – l’omeopatia! Detto questo, prima dell’arrivo della genetica molecolare, i tumori erano affrontati “con le bombe nucleari”: oltre agli interventi chirurgici, una limitata varietà di programmi di chemio e radioterapia erano proposti come una soluzione che non calzava a pennello a nessuno e aveva seri effetti collaterali. Ma con la genetica molecolare, noi possiamo fare in modo che i geni del cancro “confessino” tutto – come è mutato e cresciuto, come è fuggito al sistema immunitario, quali sono i suoi punti deboli – e il medico può attentamente prescrivere una terapia più personalizzata, più efficace e, si spera, con meno effetti collaterali dei vecchi trattamenti.

Noi abbiamo bisogno di andare dal “dottore” e cercare di guarire, senza far ricorso a rimedi casalinghi fai-da-te. Ma di presentarci con solo una prima consapevolezza che il “cancro” può anche giocare contro di noi. Noi abbiamo bisogno di andare a fondo nelle sue radici e riconoscerlo per ciò che realmente è, da dove viene, come si è sviluppato, dove si è diffuso – e maggiore fiducia mostriamo nel dire tutto a un “dottore” che ci aiuta, più il trattamento sarà personalizzato, efficace e gentile.

 

Immagine di copertina di @FannyBarboza4 su Unsplash.com

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