Più pronti a salvare?


Come accettare una sfida lanciata 500 anni fa

Non è mai scontato chiedersi perché scrivere qualcosa con l’intenzione di condividerla. Questo è ancor più vero quando si decide di lanciare un sito come questo.

Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, era convinto che si potesse cercare e trovare Dio in ogni cosa, soprattutto nella quotidianità. Sapendo che Dio si manifesta nella propria esperienza, raccomandava a tutti i gesuiti di praticare due volte al giorno un particolare esercizio: richiamare alla mente quanto accaduto nella giornata per diventare più consapevoli dei modi in cui Dio si rendeva presente nella loro vita.  Questa pratica, chiamata esame di coscienza o esame quotidiano, è ancora uno dei punti centrali della giornata di ogni gesuita.

Anche noi siamo convinti che Dio sia all’opera nel mondo di oggi, nei fatti di cronaca come nella cultura, nella politica come nelle pieghe della società moderna, post-moderna, post-umana, o comunque vogliate chiamarla.

Questo sito nasce da un desiderio di condivisione: vogliamo proporre, da cristiani e gesuiti, un punto di vista sul mondo, sulla fede, sulla vita. In questo modo speriamo di creare occasioni d’incontro, confronto e dialogo per camminare insieme con chi vorrà farsi compagno di viaggio. Diverse volte papa Francesco ha posto l’accento sulle maggiori possibilità di solidarietà e incontro offerte dalla rete, definendola un dono di Dio. Noi vogliamo provare ad accogliere il suo invito a non aver timore di farci cittadini dell’ambiente digitale. Ma come farlo?

Scrivere in italiano e inglese può aiutare a raggiungere più persone. Come, però, trovare un nome che sia facilmente comprensibile in entrambe le lingue e che riesca a trasmettere le nostre intenzioni?

Negli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio – un percorso di preghiera pensato per scoprire l’azione di Dio nella propria vita – il paragrafo 22 contiene un invito che ha il sapore della sfida:

bisogna presupporre che ogni buon cristiano dev’essere più pronto a salvare una affermazione del prossimo che a condannarla; e se non può salvarla, cerchi di sapere in che senso l’intenda, e se l’intendesse in modo sbagliato, lo corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi convenienti perché, intendendola rettamente, si salvi.

In gergo gesuitico questo paragrafo è chiamato praesupponendum, un presupposto da applicare non solo durante gli esercizi spirituali ma anche nella vita di ogni giorno. Si tratta di un invito a liberarsi dai pregiudizi che portano a conclusioni rapide e facili condanne, per poter così guardare il prossimo e la realtà con occhi capaci di scavare oltre la superficie, oltre l’apparenza. Questo non è un atteggiamento che si possa improvvisare, ma è il frutto di un cammino fatto di successi e inevitabili fallimenti. Niente male come dichiarazione d’intenti per un progetto online, dove fake news, incitamento all’odio, cyberbullismo e simili sembrano essere all’ordine del giorno. Ma siamo convinti che la sfida lanciata da sant’Ignazio, per quanto a prima vista spiazzante, sia da raccogliere.

È per questo che il nome Project22 descrive bene il modo in cui questo proposito si può tradurre nella nostra vita. Non come qualcosa di già realizzato e pronto, ma come un progetto che porta in sé una certa incompletezza. Che ha bisogno di confrontarsi con la realtà e qualche volta, alla prova dei fatti, si rivela inadeguato e deve essere ridisegnato. Eppure, lo stesso fatto di progettare significa sperare. E la speranza ha il potere di trasformare la vita.


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