Mission (im)possible

Testimonianza di un Vescovo “dalla fine del mondo”

Qual è la nostra reazione quando sentiamo il termine “missionario”? Istintivamente forse pensiamo ancora ad un prete o ad un religioso o una religiosa che parte per “evangelizzare” terre lontane. 

Questa era l’idea più comune di “missione” fino a qualche decennio fa. Più recentemente, il termine è diventato più ampio, ha cominciato a comprendere tutti i battezzati, e persino ad estendersi a contesti più familiari, come il nostro Occidente profondamente secolarizzato. 

Il termine “missione” deriva dal Latino missio, “invio”. Siamo tutti inviati a diffondere la Buona Notizia che abbiamo incontrato nella nostra vita. In un certo senso, siamo tutti chiamati ad essere “apostoli”, “inviati”, appunto.

Ma la domanda che mi pongo è: onestamente, ci crediamo ancora? Crediamo ancora che la nostra Fede possa essere significativa, possa cambiare in meglio la vita di tanti altri che non la conoscono, o che l’hanno dimenticata? 

Tutti i battezzati sono chiamati ad essere “missionari”, evangelizzatori. Se la spinta evangelizzatrice viene a mancare, la Chiesa perde la sua ragion d’essere. Così si sono espressi il Concilio Vaticano II, Paolo VI, Giovanni Paolo II, e da ultimo Papa Francesco, con la sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium

Ma ci crediamo veramente? Non è più semplice rimanere fra di noi, “pochi ma buoni”, con i nostri gruppi, le nostre attività… senza scomodare altri che “non sono interessati” alla nostra offerta? La logica e i numeri sembrano tutti contro di noi. Eppure, come spesso ci piace ricordare, il “fuoco” del Cristianesimo è stato acceso proprio da pochi e “ardenti” apostoli. Tutto sta nel tenere viva la scintilla.

Questa scintilla negli ultimi giorni ha preso per me le sembianze di un’esperienza e di un volto, quello di un Vescovo filippino, Pablo Virgilio David (per il suo gregge semplicemente “Bishop Ambo”), della diocesi di Kalookan, popolosa e problematica periferia dell’enorme conglomerato urbano di Manila. 

L’abbiamo invitato alla Loyola School of Theology di Manila a parlarci della sua esperienza di Vescovo in una diocesi “impegnativa”, dove la povertà, anche estrema, regna sovrana, e dove la “guerra alla droga” lanciata dal Presidente Duterte miete più vittime, ormai non più conteggiate dai media locali, ed invece nominate una per una nella pagina Facebook di Bishop Ambo

Nel suo discorso, Bishop Ambo è partito da una semplice considerazione. Nominalmente, le Filippine sono il paese asiatico con il più alto numero di Cattolici. Eppure, se si guardano i dati della partecipazione ai sacramenti, non più di un esiguo 15-20% dei credenti partecipa regolarmente alla vita della loro parrocchia. Gran parte dei Cattolici filippini di fatto vivono la loro Fede in privato, nutrendosi di devozioni e semplici preghiere. 

Sono “unchurched”, non raggiunti dalla Chiesa. La Chiesa ufficiale non li cerca, né loro ormai più se ne preoccupano. Gran parte di loro sono poveri. 

Di fronte a questa sfida, Bishop Ambo sta reagendo organizzando la sua diocesi come una vera e propria “terra di missione”, affiancando alle tradizionali parrocchie un buon numero di stazioni missionarie. 

Il ruolo di queste stazioni, affidate specialmente a vari ordini religiosi, ma con una grande e appassionata collaborazione di tanti abitanti del luogo, è esattamente quello di stabilire una presenza tangibile della Chiesa locale per tanti poveri che se ne sentono normalmente esclusi

Prima ancora di stendere elaborati programmi pastorali, Bishop Ambo ha capito che il primo passo è ancora più essenziale: garantire una presenza, far sentire la vicinanza, il contatto umano della comunità dei credenti, a persone che pensano di non esserne culturalmente, economicamente, moralmente degne. 

Il sogno di Bishop Ambo, come lui stesso ci ha detto, soppesando bene le parole e non senza una certa commozione, è quello di una Chiesa veramente “incarnata”, come il suo Signore.

Il suo discorso mi ha profondamente toccato e fatto riflettere, e con la mente mi ha riportato alla nostra Italia, alla nostra stanca e ultrasecolarizzata Europa. Spesso ci lamentiamo per il crollo numerico dei fedeli delle nostre Chiese, per il declino delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, per l’irrilevanza dei Cattolici nella vita sociale e politica… eppure, mi sembra, ci sfugge una questione ancora più fondamentale. 

Ma noi, queste persone ai margini, o persino radicalmente lontane dalla Fede, le andiamo effettivamente a cercare? Ci crediamo che il messaggio che possiamo portare loro è vero, è bello, è degno di essere condiviso? 

Non si tratta ovviamente di costringere nessuno a credere, né tanto meno di vessare altri con smania di proselitismo. Ma di testimoniare con onestà e franchezza la gioia della nostra Fede, la gioia del Vangelo (come direbbe Papa Francesco), quello sì. E il primo passo, prima ancora di ogni altro altisonante progetto, è anzitutto quello di tornare ad “esserci” per queste persone.

L’Italia è sicuramente molto diversa dalle Filippine. Il processo di secolarizzazione, o persino di “scristianizzazione”, per cui ogni discorso su Dio viene normalmente liquidato con indifferenza, o sufficienza, o con un più o meno accentuato senso di disprezzo, è da noi ben più avanzato. 

Eppure il tipo di povertà spirituale cui noi facciamo ordinariamente fronte richiederebbe un ardore missionario pari a quello portato da Bishop Ambo nella sua povera e periferica diocesi di Kalookan. Tanti dei nostri fratelli e sorelle lontani dalla Fede lo sono per libera scelta, ma spesso anche per nostra trascuratezza, per la mancanza di una nostra reale presenza fra di loro. 

Così forse la Chiesa ha perso tanta della sua autorevolezza: ha perso la pazienza di stare e di ascoltare coloro che sono ai margini della comunità. E senza previ presenza e ascolto, nessun insegnamento, e men che meno nessuna condanna possono essere presi sul serio. 

Come potremmo di nuovo farci presenti alle periferie della nostra comunità credente? Quali “stazioni missionarie”, reali o ideali, dovremmo impiantare nelle nostre Chiese locali? Tanti sogni, poche risposte concrete a queste domande per ora. Ma ringrazio Ambo David, povero Vescovo di una poverissima diocesi “alla fine del mondo”, per avere riacceso in me la scintilla che può rendere il fuoco della missione non solo “possibile”, ma vero e ardente…

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