Lucky


Un  film di John Caroll Lynch

Ho rubato il diritto di vivere,
come se non ci fosse più tempo
Ho rubato gli occhi di Dio
Come fossero i miei.

Così su questi versi di “I stole the right to live” di Michael Huxley corrono i titoli di coda del film “Lucky” di John Caroll Lynch. Lucky, il fortunato, è un uomo di 90 anni che vive in un paesetto del Colorado. Le giornate di Lucky, così come il suo parlare, il suo muoversi hanno la lentezza e l’oscillante ripetitività che solo gli ultimi passi degli uomini custodiscono.

Come entrare nel salotto della nonna, così mettersi affianco a Lucky nel suo passeggiare da un’abitudine all’altra chiede di lasciar fuori la velocità e il multitasking della vita più giovane. Un rallentare così brusco, una volta seduto sulla poltrona del cinema, ti lascia perplesso sul perché di un film lento su un uomo di 90 anni. Sarà tutto così? Succederà qualcosa? E di fatto cosa può accadere ad un uomo solo, per di più fiero della sua solitudine abitata solo dai suoi compagni del banco del caffè della mattina o del bar della sera?

Può solo succedere di cadere per terra una mattina in cucina e di rendersi conto che 90 anni sono ormai alle spalle e la routine della sveglia, degli esercizi mattutini, delle parole crociate e dei giretti potrebbe terminare. Può solo succedere di trovarsi di fronte alla possibilità, sino ad allora ancora non contemplata, di dover o poter andare senza aver compreso di essere il proprio nome, Lucky, fortunato. Di non aver fatto il conto con quel tempo “buen amigo, que paga y cobra, quita y da”  (“buon amico, che paga e riscuote, toglie e dà”, preso da “Con el tiempo y un ganchito” di Pedro Infante).

Comincia così la lotta di Lucky con la sua angoscia muta. “Realismo è saper accettare le cose così come sono”, legge una volta dal dizionario per le parole crociate. Ma il realismo di fronte alla morte chiede di spogliarsi nudo di fronte alla propria più profonda precarietà senza sapere ancora cosa vi è da accettare.

Così Lucky diventa il filosofo inquieto che non può darsi pace di fronte alla domanda senza soluzione. Qual è la verità dell’uomo di fronte alla sua morte?

E cammina, su e giù per il villaggio, passa oltre la chiesa che non è evidentemente luogo (ahimè) per queste domande. Fino a che sale sul suo sgabello di oracolo e con il bar ai suoi piedi dice “Tutto svanisce nell’oscurità, nel nulla. E cosa possiamo fare? Sorridere”.  E sul suo volto si allarga gentile e ingenuo un sorriso che lo accompagnerà fino ai titoli di coda, nella pace di chi ha accettato che la fortuna è quel rubare il diritto di vivere come se non ci fosse più tempo e avere gli occhi di Dio, per vedere le cose come Lui le ha fatte.

Eppure Dio non entra nella vita di Lucky: per i critici sarebbe un nichilista duro e puro. Ma il suo sorriso riconciliato ha qualcosa di più di un realismo a bassa intensità. Viene da chiedersi cosa significa sorridere di fronte al nulla. Un’insana e calcolata follia? O lasciarsi nudi di fronte ad un mistero più grande, preoccupandosi solo di “prendere la luce per camminare” e chiedere

Oh mercy, Lord, have a pity.
I’m only travelling. I don’t have no place to go.

E’ coraggioso oggi fare un film su un vecchietto di 90 anni e lasciargli la scena come se potesse essere importante chiedersi anche a trenta, a cinquanta, a venti, a settanta anni cosa ne sarà di me alla fine del cammino.

E’ coraggioso dare dignità a un’età cancellata e schiacciata dalla bellezza plastificata e performante del marketing globale.

Ma è ancora più coraggioso fare un film per dire che proprio di fronte alla domanda senza risposta, c’è da sorridere perché la vita ti è stata prestata, forse donata, ma a volte pare si siano dimenticati di dircelo.


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