Una riflessione sull’amore e sulla verità


Parti diverse o un tutto armonico?

Se dovessimo individuare una caratteristica tipica della cultura occidentale, potremmo prendere la tendenza a razionalizzare le cose. Questo non significa che essa non sia presente anche in altre culture: tutti noi abbiamo una strutturale curiosità, che vuole entrare nei meccanismi delle cose. Tuttavia, la cultura occidentale dà speciale importanza al giungere alla verità delle cose. In occidente, possiamo avere particolare difficoltà ad accettare qualcosa come vero se non riusciamo a comprenderla a pieno, se non possiamo dominare ogni singolo aspetto e risvolto del problema. Dubitiamo dei problemi che non possiamo controllare e ridurre in parti più semplici che rientrino nel nostro dominio. Un tipico esempio è l’amore, il cui significato è spesso ridotto a semplici sensazioni o alla sfera della sessualità, senza guardare all’insieme.

Come reazione alla tendenza occidentale di volere (o far finta di) afferrare la verità assoluta, alcuni filosofi hanno messo in dubbio che noi possiamo conoscere qualcosa o addirittura che ci sia qualcosa come la realtà. Pertanto, essi hanno sostenuto che ciò che noi chiamiamo verità è relativo e dipende da cosa io penso che sia. Le loro previsioni sono piuttosto pessimiste. Se volessimo far uso dell’intelligenza e non della fantasia, dovremmo ricordare, come fa Chesterton, di usare il semplice e vecchio buon senso. Posizioni che negano la realtà sono, permettetemi, abbastanza distanti dalla realtà e abbastanza lontani dal buon senso. Non si deve dire, comunque, che queste filosofie che negano la realtà non ci aiutino a riflettere. Ci ricordano che la nostra pretesa di afferrare la verità assoluta su tutto è forse troppo ottimista. Abbiamo i nostri limiti e dobbiamo tenere i nostri piedi ben fissi per terra.

Forse una soluzione potrebbe trovarsi, in qualche modo, nel mezzo, un modo come quello proposto dal filosofo francese Jean-Luc Marion. Ci sono verità più semplici (come le verità matematiche) che possiamo cogliere con una certa sicurezza, mentre ce ne sono altre che semplicemente ci sfuggono. Non che non possiamo capire che queste verità siano vere. Eppure giungiamo a comprendere la loro verità attraverso l’attrazione e i desideri. La testa riflette su ciò che attraversa il cuore. Fenomeni come questi sono troppo grandi per essere afferrati a pieno, per essere posseduti, per lasciarsi sottomettere dal nostro ego (che tende a ridurre ciò che può afferrare a cose che può usare). Questi fenomeni continuano semplicemente a dare di più, senza smettere. L’amore, per esempio, può mai essere afferrato pienamente? Certamente no. Questo non significa che si trova al di fuori della verità. Noi sentiamo la verità dell’amore nelle nostre ossa prima ancora di poterci riflettere sopra. L’amore autentico riempie e colma la verità. La verità dell’amore eccede ciò che può essere tenuto sotto controllo o utilizzato. O ciò che può essere compreso. In questo modo l’amore e la verità sono esattamente come persone: una persona, come l’amore e la verità, non può essere ridotta a una delle sue parti, non può essere pienamente compresa, posseduta o usata come uno strumento, piuttosto che come un fine.

Questa è la ragione per cui possiamo dire, allo stesso tempo e senza contraddizione, che l’amore è sia un mistero che non possiamo completamente afferrare, sia la verità eminentemente più comprensibile. La soluzione al nostro dilemma, forse, è questa: l’amore è la verità eminente, proprio perché non può essere afferrata. Come dice sant’Agostino: “l’unica via alla verità è l’amore” (Contra Faustum 32, 18).

Nel vangelo di Luca si dice che la legge, o verità, fondamentale è: “Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente” e “amerai il tuo prossimo come te stesso”. È fondamentalmente vero, allora, che non possiamo separare l’amore di Dio dall’amore per il prossimo. Servire il povero e il misero, la vedova, l’orfano e lo straniero nei loro bisogni umani e materiali significa adorare Dio. Allo stesso tempo, adorare Dio nella preghiera e nella bellezza della liturgia significa servire il povero e il misero, la vedova e lo straniero nelle loro necessità spirituali, attraverso la nostra preghiera e la nostra intercessione. Vediamo che la verità e l’amore passano sempre attraverso le persone: i nostri prossimi e, in ultima istanza, Dio nella persona di Gesù Cristo, la verità e l’amore fatti carne.

L’amore e la verità non sono parti che si escludono a vicenda e in competizione per avere attenzione, ma un’unità misteriosa. Di conseguenza, così sono la dottrina e l’esercizio pratico, il servizio del povero e il servizio liturgico. Focalizzarci esclusivamente su uno o sull’altro è riduttivo e non serve né all’amore né alla verità. Prendendo in prestito un principio nel modo in cui l’ha utilizzato papa Francesco: “il tutto è più delle parti” (Evangelii Gaudium, §234). Da qualunque lato ci si schieri nelle “politiche” intra-ecclesiali (per mancanza di una parola migliore), questo potrebbe, forse, servire come punto di partenza comune  per una discussione nella Chiesa oggi.

Foto di Klemen Vrankar

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