Vivere nel deserto


Con la Quaresima come bussola

Durante il periodo di Quaresima, che dura dal Mercoledì delle Ceneri fino al Triduo pasquale (Giovedì, Venerdì e Sabato santo), la tradizione della Chiesa suggerisce tre cose che possiamo fare: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Possiamo guardare a questi tre suggerimenti come ai punti su una bussola, una guida per attraversare il deserto della vita.

Nel Salmo 107, sentiamo di persone che “vagavano nel deserto su strade perdute” (Sal 107, 4). Molti di noi hanno visto il deserto in televisione, in qualche film o altrove. Pochi di noi sono stati nel deserto. Vivendo in Egitto, appena prima che iniziasse la Quaresima, ho viaggiato con un gruppo di studenti verso Siwa, un’oasi collocata al confine orientale con il deserto libico, il grande mare di sabbia. Il deserto è letteralmente vuoto. Nessun suono. Nessun odore. Montagne di sabbia, alte centinaia di metri, a perdita d’occhio. Talvolta, le cime segnate dalle intemperie di colline dimenticate da tempo spuntano tra le dune. Anche un vento leggero solleva la sabbia e la soffia dentro ogni cosa. Persino i tuoi denti macinano sabbia. Niente è disponibile immediatamente nel deserto. Non c’è acqua né cibo finché non raggiungi un’oasi. Non c’è ombra. Nessuna protezione dagli elementi della natura. Nessun modo per tenere la sabbia fuori da qualcosa. E, se sei solo, allora sei veramente solo. La vita può essere un deserto: cruda, ardua, perfino mortale.

L’unico modo di uscire dal deserto è in compagnia di altri, fidandosi l’un l’altro. È un popolo, una comunità, non un individuo, che attraversa il deserto, confidando sulla generosità di ogni membro. Noi non siamo autosufficienti, come la modernità vorrebbe farci credere. Andare soli, senza altri e senza Dio (che è ciò che noi intendiamo per peccato), rimaniamo “affamati e assetati” e le nostre “vite [vengono] meno” (Sal 107, 5). Andare da solo, nel deserto, significa la morte. Nella vita, come nel deserto, abbiamo bisogno degli altri. Siamo chiamati a condividere la nostra acqua e il nostro pane. Dal momento che siamo chiamati ad amare concretamente gli altri in ogni momento, il tempo della Quaresima  ci ricorda che ciò che è nostro è per il bene degli altri nella nostra comunità per il nostro viaggio condiviso nel deserto. L’elemosina ci ricorda, fondamentalmente, che Egli è veramente Buono è il “Maestro Buono” (Mc 10, 17). Lui, che una volta per tutte “sazia un animo assetato, un animo affamato ricolma di beni” (Sal 107, 9).

Dal momento che le pance vanno riempite – altrimenti non possiamo viaggiare nel deserto – il deserto è un luogo dove si può facilmente perdere la speranza, quando non riusciamo a vederci niente di buono, nessuna “città in cui abitare” (Sal 107, 4). Anche lo spirito ha bisogno di essere nutrito, rafforzato con il coraggio e la speranza. È nel deserto che Gesù cita a Satana le Scritture, dicendo che “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). Come Gesù ci mostra, viviamo della verità di Dio, della parola di Dio, della promessa di Dio. È in Dio stesso che essenzialmente riponiamo la nostra speranza, Egli che è la nostra essenziale fonte di coraggio, e non le cose che (non si può negare) ho bisogno per riempirmi la pancia. Mentre siamo chiamati a controllare (educare) le nostre passioni (i nostri desiderio di possesso e di consumo) durante tutto l’anno, la Quaresima in particolare ci ricorda che le cose, sebbene possano essere necessarie per il nostro viaggio nel deserto, non sono beni ultimi in sé stesse. Non è nelle cose che riponiamo la nostra speranza, ma nel Vero Dio, che “[ci] salva dalle angosce” (Sal 107, 19). Questo, allora, è il motivo per cui digiuniamo.

La semplicità del deserto spinge immediatamente alla preghiera. La povertà dell’ambientazione è allo stesso tempo la sua grandiosità. La severa – e dura, perfino – bellezza rimanda subito al meraviglioso Altro, al Bello. Nella meraviglia davanti all’immensità del deserto, la volta stellata si fa vicina mentre il sole tramonta e uno non può fare altro che sentirsi stupito e grato.

Possiamo pregare nella gratitudine, come possiamo pregare nell’angoscia: “nell’angustia gridarono al Signore” (Sal 107, 13). Il deserto è ricco di bellezza, così come di pericoli. E proprio come il deserto, la vita è ricca di bellezza, ma anche di mali. Disastri, debolezze e peccati. Se abbiamo imparato qualcosa dall’elemosina e dal digiuno, dal viaggiare insieme come comunità attraverso il deserto, è che abbiamo bisogno degli altri, e soprattutto abbiamo bisogno di Dio. Comunichiamo agli altri la nostra gratitudine, così come il nostro bisogno di aiuto nel pericolo – il nostro bisogno di pane e acqua, fisico e spirituale. Comunichiamo, analogamente, con Dio, nella gratitudine e nell’angoscia. Davanti alla terribile bellezza del deserto, la bellezza nascosta della vita, non siamo soli. Non siamo lasciati in un isolamento senza speranza, ma attirati verso una speranza trasmessa, carica di amore per noi: “Ringraziamo il Signore per il suo amore, per le sue meraviglie a favore degli uomini” (Sal 107, 15). Possiamo vedere allora che anche i nostri lamenti nel tempo dell’angoscia parlano con eloquenza della bellezza di Dio, perché cosa c’è di più bello che sperare nel Suo amore, che la bellezza dell’Amore in Persona? Più bello della promessa per quelli che sono nell’angoscia che egli cambierà “il deserto in distesa d’acqua e la terra arida in sorgenti d’acqua” (Sal 107, 35)? La Quaresima ci ricorda, in fin dei conti, ad aprirci, come comunità, alla Bellezza del Signore, al Signore che è Bellezza, in mezzo a questo deserto in cui viaggiamo.


Our latest posts

Our popular posts