Le molte facce del Joker


Cosa ci dice il film di Todd Phillips?

Il suo faccione preoccupante ci guarda ormai da qualche settimana in molte strade della città. L’attesa che ha creato dopo la sua presentazione al Festival di Venezia si è confermata nei “botteghini”. Poi arrivano uno, due, cinque persone che ti dicono “Sono andato a vederlo” e allora per non restare troppo indietro e – dopo aver visto dal trailer che non si trattava di una scarica di morti e sangue – anch’io sono andato a vedere il famoso “Joker”.

È un film con molteplici facce, così come il protagonista: una più intima e introspettiva che narra la genesi dolorosa e tormentata dell’uomo Arthur e l’ascesa pubblica di un personaggio mascherato da pagliaccio che si trova per caso al centro di tutto, Joker. Le due parti trovano la loro sintesi nell’indiscutibile interpretazione di Joaquin Phoenix, perché riesce a svelare la continuità, la progressione e l’indissolubilità dell’umano dolore e strazio di Arthur con la follia violenta di Joker, che non appare così folle e sradicata ma paradossalmente comprensibile e inevitabile. È l’empatia per Arthur, insieme alla resistenza che si prova di fronte a tanta debolezza accumulata, che rende difficile non entrare nel suo procedere scombinato e non prendere parte nel dramma. Anche la musica mischia angoscia e gioia, tragedia e commedia, in uno sfondo che perde sempre più di razionalità ed equilibrio, dove appunto i limiti si confondono.

I limiti della responsabilità, della moralità, della colpa sfumano progressivamente. La coscienza si perde nei suoi giudizi tra circostanze imprevedibili, tra istinti irrefrenabili e pianificazioni astute. Il mondo in cui Arthur cresce e vive è appunto quello di una città cinica e senza certezze, dove il figlio fragile della società non può che venire calpestato ed emarginato. E ridere e far ridere è l’unico modo per affrontare l’ingiusto destino di una disperazione non cercata. Ma quando scopre che la violenza come linguaggio dell’autodifesa può essere un altro modo per sopravvivere, per dire la propria, per non soccombere al proprio dolore, la storia di Arthur fa un passo verso quella di Joker. “Era come se nessuno mi vedesse, persino io non sapevo se esistevo davvero”. Ora sì, tutti parlano di lui e la sua storia pare stare nelle sue mani, persino il suo dolore trova pausa in quello degli altri.

È così che prende forma il cattivo che tutti conosciamo dai fumetti, ma il film ha il merito di mostrare che non esce dal nulla, ma nasce e si alimenta nel suo dolore e nella sua storia di figlio fragile e calpestato.

Ma non c’è solo la sua prospettiva soggettiva: l’obiettivo della cinepresa si amplia anche a una città che si riconosce in un uomo con la maschera, che uccide i prepotenti della società, fino a mettere la stessa maschera con lui e a farne un simbolo del riscatto. Questo passaggio un po’ complesso dall’interiore al sociale, dal dolore alla voglia di esistere e di rivendicare la propria porzione di parola e giustizia, ammetto che mi ha lasciato piuttosto colpito. Non è difficile trovare oggi, nei giornali e nelle news, racconti di sollevazioni e manifestazioni popolari, non di gente senza cibo o tetto, ma di una classe estesissima di popolo che si sente schiacciata da una prepotenza occultata e ipocritamente accettata dal maledetto e indefinito sistema. Politica, economia e media hanno la buona parte di responsabilità. E molte volte i leader che desiderano rappresentare le ragioni del popolo si mettono, più o meno utilitaristicamente, contro questi poteri. In questo modo pensano di ottenere consenso e con il consenso il potere.

La violenza così diventa la forma di esistere nel brodo di ingiustizia, di indifferenza e di solitudine in cui ci sentiamo immersi. “Era come se nessuno mi vedesse, persino io non sapevo se esistevo davvero” dice quello che dovrebbe essere il folle. Ma che forse rappresenta solo quella incontaminata dose di irragionevole violenza presente nella massa indistinta, dove il singolo scompare nella sua storia ferita o nei suoi desideri sepolti dalla sua ordinaria inesistenza. E allora, benvenuto e gloria a chi finalmente tira fuori la nostra verità, la nostra voglia di esistere e dire la nostra. Ma cosa ne rimane di quel dolore e di quella paura che la violenza lasciano inespresse e dimenticate?

È a questo punto che Joker diventa l’alter ego di Batman. Il caos contro l’ordine. La violenza senza ragione e il bene al di sopra di ogni cosa. “Tu completi me” dice Joker a Batman in “Il Cavaliere oscuro” di C. Nolan. Ed è curioso che anche la prima parte della trilogia di Nolan “Batman Begins” racconti come la storia di Bruce Wayne inneschi quella di Batman. Il dolore, la rabbia, la volontà di giustizia danno vita al simbolo di speranza e di futuro per la città. Ma vederlo ora, nel 2019, dopo aver visto Joker, sembra quasi un eroe del secolo scorso, come leggere Kant ascoltando la Trap. Ritornare al bianco e nero, bene e male, nel tempo del “Chi sei tu per dire che non è giusto? Proprio tu, poi, parli”. Se infatti il cinema mette in scena l’immaginario di un’epoca, come non vedere in Joker l’accarezzare ambiguo di un senso sempre più profondo di rabbia e risentimento sociale verso una prepotenza tanto estesa quanto indistinta. Come non cogliere il venire meno di un’esigenza stessa di sperare, anche solo in un eroe, per rifugiarsi nell’esercizio distruttivo e autoassolutorio di cercare un capro espiatorio, di esprimere in qualsiasi modo il proprio disagio. In un certo senso di esistere.

Ma di fronte a questo contesto, che affligge e rinchiude nel “Dove andremo a finire?” tanti animi di questo tempo, a me pare si intraveda una luce. Nel racconto della sofferenza di Arthur e nella sua risata angosciosa e disperata c’è una domanda e un’urgenza molto più lancinante della crisi etica odierna. Ed è quella di una vicinanza e di un ascolto che oggi rimane inascoltata e lasciata senza risposta, tanto ognuno è occupato a rivendicare il proprio disgusto.

Chiunque può essere un eroe, anche un uomo che fa una cosa semplice e rassicurante, come mettere un cappotto sulle spalle di un bambino per fargli capire che il mondo non è finito” dice Batman a Gordon alla fine della trilogia di Nolan. L’eroismo di oggi e la grazia da chiedere, come direbbe Ignazio, è forse proprio di ricordare a sé stessi e agli altri che il mondo non finisce lì dove non si vede più luce, ma che comincia lì dove c’è un altro vicino.


Our latest posts

Our popular posts