Se gli alberi cadono…


L’apparenza di un’ irresponsabile ovvietà

Non so se anche voi siete tra coloro che, alla vista di un albero schiantato a terra, avvertite quella stretta al cuore ricollegabile alla perdita di qualcosa di caro, quasi una pena per quell’essere tanto bello e utile, finito col diventare ingombro, pericolo e rifiuto da smaltire: sì, devo confessare il mio amore per gli alberi! Sono cresciuto avendone sempre intorno e tra il rispetto profondo per il loro valore.

Accumoli, il territorio da cui proviene la mia famiglia paterna, sorgeva tra querce e castagni e da sempre l’equilibrio tra il taglio e la conservazione dei boschi ha significato vita e prosperità per le comunità, fino ai nostri giorni. Ricordo che in paese i primi alberelli ornamentali, cioè piantati al solo fine di abbellire l’abitato, arrivarono dopo i rifacimenti di alcune strade e della piazza, alla fine degli anni ‘90. Prima, gli alberi presenti all’interno del borgo erano venerandi vegetali lasciati crescere per secoli e, negli orti e nei giardini delle dimore padronali erano da frutto, meli e peri principalmente. Essi offrivano ombra, rinfrancavano il cuore con la fioritura e davano agli afflitti la compagnia di un amico silenzioso, oltre i frutti per cui erano stati piantati.

Chiaramente non sono contrario all’uso ornamentale, anzi, considerando gli innumerevoli benefici dati dalla presenza degli alberi in città, è un bene quando vengono posti in essere progetti dove il verde viene valorizzato. Il punto è, invece, considerare gli alberi soltanto elementi decorativi, al pari di un qualsiasi altro elemento architettonico piazzato in un posto per abbellirlo. Proprio così, e nel constatare quanti alberi cadano o vengano abbattuti quasi dopo ogni temporale, ventata o sporadico fiocco di neve a Roma, la città in cui vivo, sono giunto a domandarmi se chi ha la responsabilità del patrimonio arboreo consideri ancora gli alberi come esseri viventi. Mi spiego meglio. 

In città, un albero, in rari casi, ha modo di svilupparsi autonomamente come in natura, perché è costretto dalle varie strutture e infrastrutture in cui è inserito. 

Pensiamo, ad esempio, al diffuso pino domestico, alto fino a 25 metri. Piantato di fronte a un palazzo, se va bene, sarà oggetto di potature mirate a evitare problemi con la facciata, di supporti per evitare deformazioni del fusto e attenzione negli interventi sul manto stradale per via delle radici molto diramate. Potrà inoltre creare problemi per la caduta delle pigne o per la formazione dei nidi di processionaria. Fondamentale è allora l’opera dell’uomo. Chiamato a prendersi cura e riconoscere i segni di stress della pianta quali rigonfiamenti, produzione di legno in eccesso, marcescenze o rinsecchimenti e ad intervenire perché questi non diventino motivo di pericolo. 

Ecco perché parlo di essere vivente: l’albero interagisce con l’ambiente in cui vive e risponde alle sollecitazioni, indebolendosi nella struttura come avviene a qualsiasi altro essere. Non tenerne conto è irresponsabile quanto abbattere indiscriminatamente per essere al riparo dagli eventuali danni secondo il dettato dell’articolo 2051 del Codice Civile “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”: a proposito, sarà per provare “il caso fortuito” che ormai è ordinariamente invocato lo stato di emergenza? 

Non voglio polemizzare o generalizzare ma stare ai fatti: un albero può cadere, è naturale, può fare danni e purtroppo uccidere ignari passanti, è accaduto. Può accadere per un vento forte, per un temporale più intenso, per problemi biologici come malattie o altre cause ancora, ma la responsabilità dell’evocato articolo 2051 implica la custodia e questa comporta pianificazione, progettualità e stanziamento di fondi, non ci sono alternative, soprattutto con un patrimonio come quello presente sul nostro territorio. Al gennaio 2018, è riportato sul sito ufficiale del Comune di Roma, erano presenti in strade, piazze e ville della Capitale 130mila alberi. 

Di questi ne erano stati monitorati, cioè valutati nel loro stato vitale, circa 30mila. Dal novero è escluso il patrimonio boschivo dei parchi entro il territorio della città. Con questi, infatti, si arriva a sfiorare le 400mila unità, che, insieme ai numerosi ettari di terreno intorno al Raccordo, hanno fatto guadagnare a Roma il titolo di capitale più verde d’Europa (notizia apparsa sul sito dell’Ansa il 5 marzo 2017). 

La cura di un tale patrimonio potrebbe e dovrebbe tradursi in richiesta e occupazione di personale qualificato: giardinieri, periti e tecnici in grado di valutare e intervenire sullo stato di salute delle piante. Un tempo, con la consapevolezza della vastità e complessità di tale impegno, il personale veniva formato da una scuola apposita del Comune, ed era un’eccellenza. E attualmente com’è la situazione? Cercando sul web trovo alcuni articoli emblematici a tal proposito. Il primo, del 10 giugno 2016, denunciava la diminuzione degli addetti al Verde pubblico dai 1300 del 1995, ai 250 di quell’anno (roma.corriere.it). Il secondo, del 2018, riporta che c’è un giardiniere ogni duemila alberi! (Ilsole24ore.com, 24 febbraio 2019). 

Ovviamente il calo del personale specializzato va di pari passo con la diminuzione della quota di bilancio destinata al Verde pubblico. Inoltre, per supplire alla carenza di personale si fa ricorso a ditte e operai non qualificati, chiamati a intervenire in emergenza per gestire abbattimenti e potature, lavoro che giunge a dequalificare intere strade (penso ai monconi rimasti a marcire sui viali o alle potature che lasciano soltanto il tronco da cui spunteranno fragili rami che al primo acquazzone cadranno sul manto stradale e sui marciapiedi). Ancora, spesso nell’aiuola dove prima viveva un albero, si trovano piccole discariche, oppure toppe di asfalto a ricoprire la terra. Gli alberi, ricordiamolo, ci proteggono dal surriscaldamento dovuto a cemento, asfalto e metallo presenti in città.  Ma mancano i fondi, è il leitmotiv, il mantra ormai ripetuto in nome di un’economia bottegaia, di entrate e uscite, che guarda alla qualità della vita escludendone i beni spirituali, cui gli alberi appartengono di diritto. Il verde abbellisce e fa anche vendere, va riconosciuto, ma nella grande maggioranza dei casi è solo un costo e non conviene. Peccato, però, che abbattere un albero, a detta degli esperti, costi in genere di più del prendersene cura mese dopo mese. Certo, ad essere maliziosi va anche considerato che in termini di efficacia l’abbattimento conviene per diversi motivi, uno tra i tanti perché risponde in maniera immediata e visibile alla paura della gente… un po’ come avviene con gli stranieri in fondo o con gli esclusi in genere: si trova sempre il modo di creare ad hoc il nemico da abbattere per addossargli le proprie negligenze. Il capro espiatorio, da che è nato l’uomo, ne ha risolti di problemi!


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