Io sono


Un viaggio nelle periferie dell’esistenza

Questo che vi propongo non è il solito articolo, piuttosto un esercizio o se volete una storia interattiva nella quale chi legge è il soggetto. Chiedo perciò, prima di continuare, di scegliere un posto il più possibile silenzioso, dove poter leggere con calma, chiudere gli occhi e condurre l’immaginazione attraverso le scene proposte. Non è obbligatorio seguire queste semplici indicazioni, ma ignorandole si potrebbe perdere la possibilità di fare una personale esperienza del contenuto di questo scritto. Le parole da sole non bastano, e si rischia di rimanere semplici fruitori. Dichiarate le premesse cominciamo.

Immaginati in una situazione di attesa. Aspetti da tempo una comunicazione importante, un documento, anche se non sai esattamente cosa sia né cosa vi sia scritto. In verità non è stata una tua scelta richiedere questo foglio. Ti hanno detto che ti serve, anzi che ti è indispensabile per poter lavorare e accedere ad altri servizi fondamentali e ogni giorno speri sia quello buono, perché finalmente tu possa riceverlo. Ma i giorni passano e diventano mesi e ogni volta, di fronte alle tue pur legittime insistenze, ricevi risposte gentili come “ci dispiace, non possiamo farci nulla, questi sono i tempi di attesa” oppure silenzi stizziti come a dire “ancora qui? Via, stiamo lavorando noi!”. Già. Però nel frattempo tu un lavoro non puoi neanche cercarlo, né accettarlo qualora te lo offrissero, parlo di un lavoro regolare ovviamente. Di mangiare hai necessità tutti i giorni però, come di fare una doccia, vestirti, essere al riparo quando piove o fa freddo e ricaricare la batteria del cellulare. Ma se sei senza lavoro sei quasi certamente senza il denaro necessario a condurre una “vita normale” e allora come fare?

Rileggi quanto scritto fin qui, poi chiudi gli occhi e immaginati nella situazione descritta: come ti fa sentire?

Rabbia, senso di impotenza, rifiuto, ribellione, voglia di fare qualcosa, angoscia? Tutto questo e molto altro ancora ti si starà agitando dentro, ma continuiamo.

Ritrovati nella scena di prima. Probabilmente avrai pensato di ricorrere all’aiuto della tua famiglia o di qualche tuo amico o di un conoscente per sbloccare la situazione, è comprensibile ed estremamente reale chiedere aiuto trovandosi in difficoltà. Ma i tuoi familiari, i tuoi amici e i tuoi conoscenti di sempre sono lontani e tu sei solo, solo in una grande città di un paese dove non hai mai messo piede prima.  Dove neanche saresti voluto venire, che non conosci, dove non sai muoverti. Un posto profondamente diverso, per abitudini e cultura, dal luogo dove sei nato e cresciuto e dove si parla una lingua in cui sai a malapena presentarti. Ti capita di scambiare due parole con qualcuno ogni tanto, con chi si accosta a te perché è sinceramente disposto a fare qualcosa, ma è troppo impegnativo decidere di caricarsi dei tuoi problemi, così ti dà del denaro e se ne va; con chi non ha semplicemente tempo di ascoltarti e con chi, impietosito, ti dà qualcosa sorridendo. C’è poi chi fa finta di non vederti e chi, te ne accorgi, ti disprezza senza neanche conoscerti. Non hai riferimenti se non gli uffici pubblici dove devi recarti per il famoso documento, la Stazione centrale, qualche linea di autobus e i luoghi dove vai per ricevere i pasti: perché non avendo risorse, devi appellarti alla carità altrui per vivere. Ogni giorno, quindi, ti metti in fila e aspetti.

Aspetti tanto, perché siete in tanti e i centri che si occupano di voi pochi, davvero pochi. Non puoi non mangiare però, e quasi allo stesso modo ti è indispensabile la presa di corrente per tenere acceso il telefono: è l’unico modo che hai per ascoltare la voce delle persone a cui tieni e l’unico modo per far tacere, almeno per un po’, quei sensi di colpa che ti inchiodano. Perché tu sei qui, pur tra mille difficoltà, al sicuro, diversamente dai tuoi cari, ancora esposti ai pericoli dai quali tu sei riuscito a fuggire.

Chiudi gli occhi e immaginati, dunque, affamato e in fila; di fronte alle persone che ti passano accanto ignorandoti; mentre cerchi di mettere al riparo dalla pioggia i tuoi poveri averi, per strada, mezzo bagnato e infreddolito; pensando ai tuoi affetti lontani e forse in pericolo: sinceramente riesci a immaginartici? Te lo chiedo, perché anch’io che scrivo al caldo nella mia stanza, con tutte le comodità di una “vita normale”, fatico a immaginarmi in tale situazione!

Proviamo a fare il punto. Sei solo, non hai di che vivere, non sai comunicare come vorresti nella lingua del posto, sei costretto a impiegare gran parte del tempo per cercare di che sopravvivere e quando, stanco per il ritmo di vita che sostieni vorresti riposare, non hai un luogo dove andare e sei costretto ad accamparti dove capita, esposto alle intemperie o, come se questo non bastasse, al rischio di essere preso di mira da qualche balordo. Ti sembra abbastanza? Lo sarebbe per chiunque da un pezzo … ma andrebbero considerate ancora l’ostilità e il giudizio della gente, anche se di una minoranza certo. E ancora lo stress fisico e psichico, l’incertezza per il futuro, le frustrazioni quotidiane, la nostalgia, la paura, le privazioni.

Ma no, non è ancora finita. C’è ancora un aspetto da considerare, impalpabile ma pesante come un macigno: il non aver scelto di lasciare il tuo paese. L’essere stato costretto a percorrere migliaia di km a piedi, su rottami stracarichi di persone, attraverso il deserto o il mare, trattato come merce da miserabili trafficanti di esseri umani, per scappare dal tuo paese, perché, nel luogo in cui sei nato e dove sono le tue radici, i tuoi affetti e la tua storia tu sei condannato a morte. Condannato a morire per le tue idee politiche o per il tuo impegno sociale o per il tuo credo religioso o perché sei parte di una certa etnia o per il colore della pelle, per la guerra o solo perché intralci la strada al potente di turno. Nel tuo paese avevi la tua vita, ed era, spesso, una “vita normale”.

Non ti chiedo più di immedesimarti nelle scene proposte, perché non possiamo neanche immaginare cosa significhi vivere così. Eppure migliaia di uomini, donne e bambini, fuggiti dai loro paesi per non morire, continuano a vivere, nonostante tutto, con la forza, il coraggio e la fiducia di progettare e guardare al futuro con speranza. Persone, non supereroi, semplicemente esseri umani, come me e te.

Proviamo ad accostare tale vitalità alle stanchezze, alla noia, alle mancanze di progettualità e sfiducia nel futuro con le quali abbiamo a che fare ogni giorno: come si può sproloquiare di difesa dall’invasione? Non è piuttosto un’occasione? L’occasione per rilanciare un umanesimo che accogliendo, proteggendo, promuovendo e integrando, riporti all’attenzione di tutti il fatto ovvio della mobilità dell’uomo: da millenni ci incontriamo provenendo da diverse realtà geografiche, dando sempre e solo luogo alla razza umana, sempre arricchiti dallo scambio di tale diversità. Io sono, infatti, non è copula a un titolo di merito ma decisamente la realtà che tutti, ognuno con la propria irripetibile, incarnata diversità, esprimiamo.


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