In cammino dal monte al bello


Come perdersi tra Roma e le Dolomiti

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle”, così duecento anni fa iniziava uno dei suoi canti più famosi il giovane Giacomo Leopardi. Io mi fermerò un po’ sul colle. E non uno di Roma. Saliamo un po’ più in alto: il colle, la montagna, il desiderio dell’umano di alzarsi, avere uno sguardo più ampio, sia per proteggersi, sia per respirare l’infinito e il contatto con qualcosa d’oltre.


Nella mia vita ho sempre  avuto la montagna vicina e fin da piccolo sono stato iniziato ai sentieri, ai rifugi, all’orientamento, ad apprezzare i colori e la vita. Ma è con la consapevolezza e l’autonomia della gioventù che davvero sono potuto andare più a fondo: lo scontro con i miei limiti, la gratuità di un fiore tra le rocce, la fatica di procedere con il passo di un altro. Si cammina con i piedi e con il cuore, quasi l’uno aiuti l’altro a procedere. Si macinano metri e pensieri, esperienze passate e sogni. Magari con qualcuno con cui condividere, oppure da solo, sul ciglio tra paura e coraggio, con i genitori in ansia e la nonna che chiama la pioggia.


Non credo di essere il solo: quanti di noi cercano di scappare in montagna per la quiete, l’aria pura, il benessere. O quanti per il brivido, l‘adrenalina. Ma tornati a casa?

Se non sei impermeabile, prima o poi ti accorgi di essere cambiato, ritorni con la mente ai paesaggi, ai colori, ai suoni lievi che il quotidiano non può offrirti, ma che, in trasparenza, puoi riconoscere anche a casa: fiori nascosti, luci sorprendenti, la tenerezza di due innamorati vicini che presentano una lentezza fuori luogo nella frenesia degli impegni. Basta poco, “e come il vento odo/ stormir tra le piante…”, un sussulto ci porta da tutt’altra parte, spingendoci verso l’immensità in cui “s’annega il pensier mio”.


Anche in città, allora, c’è un briciolo di magia che in montagna è più evidente, più abbondante. Ci si ricarica fuori per poter viverla anche dove ci si annoia: è facile rimanere stupiti in un bosco dove sono spariti i colori perché c’è solo la neve e i tronchi, sembra divertente giocare con il vento che ti acchiappa e subito scappa da te. Diventa quasi normale rivolgersi al Signore e dirgli grazie per tutto questo, magari immaginandoselo un po’ boscaiolo o agricoltore che sistema una pianta o un prato. Trovarsi a bocca aperta di fronte a una vallata pensando a Dio che la crea, o camminare tra le cime, illuminati solo dalla luna, e chiedersi di fronte a tutto questo: “Signore, ma chi sono io di così importante per te di fronte a tutte queste opere così grandi, così meravigliose?”.


Mi è sempre più cara la montagna, come preghiera camminata, contemplazione silenziosa o condivisa con i compagni. Ma sarebbe solo una piccola parentesi se non mi meravigliassi di tutto ciò che mi attornia anche qui a Roma, dove a volte è più facile vedere le strade a groviera che il cielo striato di porpora ed oro. In questo stupore e bellezza sì, “il naufragar m’è dolce”!


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