“Liberi dalla paura”: Comunità accoglienti a Sacrofano


Una testimonianza dal primo incontro di chi accoglie

Il 15, 16 e 17 febbraio si è svolto a Sacrofano, sui colli a nord di Roma, il meeting promosso da Caritas Italiana, Centro Astalli e Fondazione Migrantes sulle realtà accoglienti della Penisola. Più di 700 persone – famiglie, volontari, operatori, Associazioni, consacrati, parrocchie – si sono ritrovate insieme per parlare e scambiarsi idee a partire dalla propria esperienza di accoglienza.

A fare da fulcro non è stata, infatti, la trattazione del tema dell’accoglienza dei migranti e rifugiati attraverso conferenze o lezioni, ma le persone stesse, con le proprie esperienze, arrivate da tutta Italia con il desiderio di incontrarsi e guardarsi in viso. Cosa motiva dunque una famiglia, una comunità parrocchiale o religiosa, una coppia ad aprire le porte di casa e il cuore a persone giunte da zone martoriate dalla guerra, a uomini, donne e bambini segnati dalle persecuzioni e dalla sofferenza, a gente di un’altra cultura, religione, lingua, pensiero, ma in fondo a degli sconosciuti? In ultima analisi l’incontro.

Incontrarsi – la testimonianza di chi ospita è stata pressoché unanime – interroga e scomoda mentre svelle i luoghi comuni e le precomprensioni di cui tutti siamo preda, aprendo alla curiosità di conoscere l’altro. Delle numerose testimonianze ascoltate mi hanno colpito i gesti di un distinto signore, di cui voglio riportare la storia, sintesi di un percorso comune a molti. Antonio*, insieme a sua moglie si incontrava da anni con un gruppo di amici per condividere momenti di preghiera, cui seguiva un pasto fraterno. Tutto procede con una certa ordinaria regolarità fino a quando, nel 2016, ascoltano l’appello che papa Francesco rivolge all’Europa da Lesbo. Il papa, da quel viaggio, riporterà sul suo aereo di ritorno a Roma 12 profughi afghani, di cui 6 minori: tre famiglie.

La buona routine del gruppo di amici salta, soprattutto – riferisce Antonio – dopo aver visto piangere di gioia uno dei bambini atterrati a Fiumicino. Sono solidali e insieme sentono di dover fare qualcosa, di poter rispondere all’appello del papa e alla richiesta silenziosa delle lacrime di quel bambino, come cristiani e come uomini, sottolinea. Da dove cominciare? Decidono di contattare la Comunità di Sant’Egidio che ha attivi corridoi umanitari con la Siria, per offrire la loro disponibilità all’accoglienza. Dopo alcuni giorni ricevono la notizia che una famiglia siriana, musulmana, è pronta a partire.

Scompiglio, timori e paura vera e propria li coglie allora: un conto è immaginarsi ospitali, un altro è avere di fronte a sé 4 persone, papà, mamma e due bambini piccoli di cui prendersi cura. Rimangono fermi nel proposito e superando l’impasse, grazie anche al desiderio profondo di “fare qualcosa per queste persone”, accettano.

C’è un progetto cui attenersi, questo li aiuta: in un anno dovranno cercare di accompagnare questa famiglia a una prima semiautonomia. Si danno da fare autotassandosi per affittare una casa, «non una stamberga fuori paese per risparmiare, ma la stessa che avremmo voluto per i nostri figli» dice. La arredano di tutto punto e la famiglia arriva. La prima cosa cui hanno pensato è presentare i nuovi arrivati alla comunità cittadina. Organizzano un incontro pubblico, parlano del loro progetto, ascoltano i concittadini che dicono la loro.

Vi sono molti perplessi e qualche contrario, ma il fatto di essere stati accolti e di venir seguiti da quel gruppo di persone rispettabili mette tutti d’accordo e spiana la strada verso il municipio dove il sindaco, con una cerimonia di grande valore simbolico e concreto, accoglie ufficialmente la famiglia in paese. I bambini sono iscritti a scuola, il primo alla materna l’altra alle elementari, ai genitori viene data l’opportunità di seguire un corso di lingua italiana. Tutta la famiglia è resa partecipe delle visite e degli incontri degli amici di Antonio e iniziano ad avvicinarsi anche altri: la diffidenza pian piano si scioglie. Con il passare dei mesi, al capofamiglia viene proposto un corso per adeguare agli standard europei le sue abilità di fabbro, questo era il suo lavoro prima di essere costretto a lasciare la Siria. L’uomo si dimostra molto capace, tanto da finire con l’essere assunto a tempo indeterminato in un’impresa locale, ed è trascorso poco più di un anno.

Questa storia, nata dal “dover fare qualcosa” di un gruppo di amici che ascoltano un appello da Lesbo e intercettano uno sguardo, si intreccia e diventa l’attualità di una famiglia siriana perfettamente inserita in un tessuto sociale, culturale e produttivo che non solo ha iniziato a chiamare casa, ma che contribuisce a mantenere tale. Quali indicazioni riceviamo dall’esperienza riportata?

Dicevo dell’incontro. Proprio dalla frequentazione quotidiana è stata resa possibile la conoscenza reciproca, il guardarsi negli occhi, l’impegno e la responsabilità nel gestire la diversità, preziosa e ineliminabile, liberi ormai dalla paura dello sconosciuto, dello straniero, paura che, dice papa Francesco «è origine di ogni schiavitù e di ogni dittatura, perché sulla paura dei popoli cresce la violenza delle dittature».

L’importanza della rete, del fare e creare rete per non essere o sentirsi soli davanti alle difficoltà. Il fare rete è venuto fuori praticamente da tutti i confronti e le testimonianze e, mi sembra, uno degli aspetti più preziosi e ricchi del meeting di Sacrofano è stato vedersi finalmente uniti. Le tantissime realtà accoglienti sul territorio, dalle molto grandi e ramificate ai singoli, finalmente si sono incontrate di persona, certo, con l’impegno di continuare e consolidare questo inizio.

La necessità e l’importanza di non dare per scontato nulla, con il cercare sostegno e informarsi, informando, per accogliere secondo un progetto preciso. A tal proposito è stato interessante constatare la presenza di “due Italie” dell’accoglienza. Infatti, mentre a Nord l’Istituzione in genere, lo Stato nelle sue varie declinazioni è avvertito presente e quindi interpellato quale referente o partner per l’accoglienza, al Sud questa presenza è piuttosto assenza con una disposizione a impegnarsi di più su base volontaria. Infine, forte il messaggio “Ci siamo anche noi!” è risuonato vibrante. L’Italia non è solo il respingimento alle frontiere e lo sbandieramento della chiusura dei porti: l’Italia è tessuta dai tanti che hanno accolto, sono stati accolti e accolgono, anche se fa meno rumore. Un invito, dunque, a nutrire la Speranza, perché come papa Francesco ci ha ricordato nell’omelia «Non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. Così, spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci: rinunciare a un incontro non è umano! Siamo chiamati a superare la paura per aprirci all’incontro». Si può fare, basta provarci!

 

*I nomi sono stati cambiati per proteggere la privacy degli individui coinvolti


Our latest posts

Our popular posts