Morire di vita


La paternità spirituale nella vita religiosa

Il 23 dicembre scorso è morto il mio padre spirituale, il gesuita Nacho Boné. Nacho è mancato a 51 anni, nel pieno della vita apostolica di un gesuita. Da anni aveva l’incarico  di accompagnare in vari modi i gesuiti in formazione e, tra questi, anche me.
La sua morte inaspettata mi ha dato motivo di riflettere sulla paternità spirituale nella vita religiosa, a partire dal tempo di accompagnamento vissuto con lui dall’arrivo a Madrid nel 2016 per i miei studi teologici, fino ad oggi, alle soglie del diaconato. Le parole che seguono vogliono essere una descrizione della dinamica paterno-filiale che si dà nella vita religiosa, fin dalle sue origini, ma che non possono prescindere dall’esperienza unica e irripetibile che ho vissuto nella relazione di accompagnamento con padre Nacho.
Cos’è un padre spirituale. La vita nello spirito ha bisogno di padri, di uomini che si sono scottati con il fuoco di Dio e possono trasmetterlo addomesticato ad altri. L’esperienza di Dio che mi abita ogni giorno si misura con alte o basse temperature emotive: un padre spirituale è colui che mi fa trovare un punto di equilibrio, il ‘mezzo tempo’ climatico e l’equipaggiamento giusto per ogni stagione. Nacho, da buon accompagnatore, ha saputo stare accanto ai miei movimenti dello spirito senza giudicarli o disprezzarli. Un padre spirituale aiuta a vedere la relazione con il Signore con occhi nuovi, è un po’ come l’effetto di indossare un paio di occhiali e rendersi conto di vederci meglio.  
Figlio. Non ci sono padri senza figli. Nella relazione di accompagnamento spirituale si apprende ad essere nuovamente figli. La relazione di accompagnamento è asimmetrica. Si riconosce a chi accompagna un’esperienza che dà autorevolezza e il figlio accompagnato deve imparare l’ubbidienza, quell’ascolto fecondo dell’altro che plasma la libertà dello spirito. Essere figli è anche amare i padri, farsi portare e lasciarsi caricare su spalle che la vita ha reso più larghe. In Nacho ho incontrato un padre che ha saputo caricarsi di ciò che gli consegnavo, con l’arte della discrezione e del silenzio, ma anche con la complicità di chi sai che sta dalla tua parte. Non si può essere figli di Dio senza prima aver fatto esperienza di altre paternità, le tante che la vita ci può dare.
Commozione. L’icona della misericordia del vangelo di Luca (Lc 15,11-31) mostra un padre che si commuove alla vista di un figlio che ritorna a casa dopo aver dilapidato i beni di famiglia. In questo paradosso, che ci inizia all’arte del vangelo, sta la chiave della paternità spirituale. La relazione di accompagnamento è empatica, mette in circolazione sentimenti intimi, ferite che attendono di essere toccate da Dio. Nacho è stato un padre che sapeva commuoversi, lo faceva senza pudore e nelle sue lacrime ho trovato la prima porta dell’accoglienza. Credo che la commozione sia la vera forza di un padre, quell’amore che la bibbia mette in relazione con le viscere materne, anche quelle di Dio.  
Fiducia. Di un padre spirituale bisogna fidarsi, è quell’uomo di fede che mi fa trasformare il muro che ho davanti in una porta che io decido quando e come aprire. Un buon padre spirituale sa attendere e stare. Accompagnare l’esperienza di Dio ha la velocità della lentezza, del tempo staccato dal suo semplice fluire cronologico, che è il corso del kronos , per farsi kairos, il tempo propizio, il tempo di Dio. Quando incontro un padre che sa aspettare, che non forza nessuna serratura, è il segno che è un uomo di Dio.
Apprendere l’arte. C’è un modo per diventare padri spirituali? Di sicuro ci saranno anche corsi accademici, ma il modo migliore è quello di imparare a farsi accompagnare dall’altro. Avere compagni, amici nel Signore che sanno riportarmi sulla strada giusta, che sanno ammonirmi, che sanno indicarmi la misericordia quando ho la vista oscurata dal castigo. Si impara ad essere padri passando dall’essere figli. Solo quando hai imparato a vederti come un figlio amato puoi generare altri alla vita. Certo avrei voluto più tempo per apprendere da Nacho ad essere padre, ma posso dire che in questi anni ha fatto di tutto per farmi sentire figlio.
Orfano. È nel sentirsi orfani che spesso ci accorgiamo di aver avuto un padre. È questo lo stato d’animo che mi accompagna adesso, un’assenza che si fa memoria grata, ricordo e nostalgia, ma non ancora nuova vita. È giusto che viva il mio lutto, che gridi a Dio il mio “perché?”, che lasci spazio al Sabato Santo prima dell’alba di resurrezione. Adesso ci vorrà del tempo prima che il muro torni a farsi porta.  
Padre Nacho è morto di vita. Ringrazio per aver conosciuto un confratello che mi ha indicato la vita piena nel suo modo di accompagnarmi e nei suoi occhi che non hanno mai censurato le lacrime.  

 

*Ho descritto l’esperienza al maschile, dalla prospettiva che io ho vissuto, ma ciò non impedisce di leggerla al femminile: ai padri nello Spirito fanno specchio le tante madri che generano figli e figlie alla vita di Dio.

Foto di Steve Shreve

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