Non giudicare un libro dalla copertina


Cosa mi ha insegnato la Cappella Sistina sul successo e il dialogo

Quando studiavo filosofia a Roma andavo spesso alla Cappella Sistina, semplicemente per starmene lì ad ammirarla. Non sono un intenditore d’arte o uno storico, ma c’è qualcosa in quella Cappella che mi affascina. Nessuna parola sarebbe in grado di tradurre adeguatamente l’esperienza di sedere nella Cappella Sistina. Quasi vuota, alle 9 di mattina, dopo aver aspettato in fila per 2 ore. Travolto dal suo splendore, mentre contemplo le figure di Geremia, Giona, la creazione di Adamo, Davide e Golia, il Giudizio Universale … tale bellezza e grandiosità.

Finché un giorno mi sono imbattuto nel poema di Michelangelo a Giovanni da Pistoia “Quando l’autore stava dipingendo la volta della Cappella Sistina

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
come fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia
c’a forza ‘l ventre appicca sotto ‘l mento.
La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e ‘l petto fo d’arpia,
e ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

E’ lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ‘ passi senza gli occhi muovo invano.
Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’arco soriano.

Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.
La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ‘l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.

Come può dire che non è un pittore? Capisco che il suo forte fosse scolpire. Ma vedendo la vernice scorrere attraverso il pennello sul soffitto che copre la Cappella Sistina in modo così magnifico, come può dire che la sua pittura sia morta? Questi capolavori parlano a decine di migliaia di persone ogni giorno, senza dover pronunciare una parola. Toccano milioni di appassionati ogni anno, senza muoversi di un millimetro. Come ha potuto, vedendo questo tesoro dispiegarsi sotto le sue stesse mani, dire “Io non sono un pittore”? Non credo fosse umiltà, né autocritica o un tentativo di sminuirsi.

Credo che riguardi il suo stesso viaggio, come persona – le sue lotte, le sue vittorie, i suoi fallimenti, i suoi rimpianti, la sua gioia.

Spesso riusciamo a vedere solo la superficie della vita di una persona. Come la superficie dell’acqua, quando immergiamo le dita dei piedi prima del primo bagno d’estate per controllare la temperatura dell’acqua. La superficie ci porta a trarre conclusioni e a volte giudizi, o meglio errori di valutazione. Che si tratti di tendenza a idealizzare o condannare, è parte della vita di tutti i giorni. Ci consente di “andare avanti con la vita”.

Dal giudizio al dialogo

A volte abbiamo il privilegio di fermarci e pensare, e anche riflettere, su chi sia la persona oltre la superficie. Avete presente quel tonfo al tuo cuore che si sente nel momento in cui ti rendi conto di aver sbagliato tutto? Forse la persona che sembrava avere tutto sotto controllo, così  sicuro di sé, lotta con la propria autostima. Oppure, quella persona che sembra apatica, sta attraversando un grande dolore. C’è una profondità per ognuno di noi che non è evidente in tutto ciò che facciamo, eppure è presente, in modo discreto. Attende di essere rivelata – di essere condivisa. La profondità di una persona non ci lascia immutati e, se siamo pronti a metterci in gioco, può portare al dialogo.

E qual è lo scopo del dialogo se non trasformare i nostri punti di vista? Portarci a vedere il valore non attraverso la superficie dei risultati, ma attraverso i processi, attraverso il viaggio. Aiutarci a riconoscere il giudizio e il pregiudizio, evitando di essere condizionati o influenzati da questi giudizi. Cercare di vedere il significato che gli altri vedono, e che noi non siamo ancora in grado di riconoscere. Avere uno spazio dove questo può essere rivelato a noi.

Quindi, come dice il proverbio, non giudicare un libro dalla sua copertina. Lascia, piuttosto, che ti metta in discussione attraverso la sua storia.


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