Dolor y Gloria

Pedro Almodovar: i tre stadi della vita.

Dolor y gloria è un film sulla vita. Una narrazione del bene e del male; un manifesto contro il prometeismo contemporaneo di dominio della realtà. 

Almodovar, con una poesia prosaica, ci immerge stupiti, atterriti, entusiasti, innamorati, disillusi, in una storia mitica, di luci abbaglianti e di ombre oscure. Ci traghetta nei meandri abbandonati delle nostre solitudini e paure, nelle soffitte polverose di ricordi dolci e amari, abbandonati da sempre. 

Già dalla prima scena, Salvador Mallo, il personaggio principale, giace in una piscina. Piscina, archetipo della solitudine claustrofobica che Salvador soffre. Un utero, senza uscita. 

Il ritmo incalza. Uno scorrere di vita, contraltare della gloria passata, racchiuso oggi nella sua casa museo; memoria, e fu vita della casa-grotta di Paterna, il suo paese d’infanzia nel valenciano. Salvador non puó scappare. È un uomo afflitto, deluso da una realtà che lo costringe a soffrire in un’attesa vana della morte. 

Le scene si alternano nel ritmo della memoria, della realtà fittizia e apparente di un uomo che strascica. Tessere impazzite di un puzzle che casualmente ricompongono i volti di un passato ferito, che putresce.

Il primo è Alberto. Attore ed eroinomane. L’eroina, il “caballo” fumato in un “chino”, riallaccia un’amicizia tra i due che si era interrotta trentadue anni prima. Trentadue anni dall’uscita di “Sabor”. Il primo film per entrambi. La gloria di ieri, e il dolore di oggi. I due fumano eroina. Uno per stare al mondo. E l’altro per uscirne. Uno stare al mondo timido. Un approssimarsi all’abisso del dolore. Dolore e peccato, del racchiudersi, del richiudersi in sé stessi, dello sparire dalle scene della vita. Del sopravvivere. L’eroina, il vitello dorato del loro peccato. 

In un itinerario di errori, i due eroi mettono in scena un melodramma: “Addicciones”. Salvador lo ha scritto. Alberto, lo mette in scena. Un ritorno al passato, per ritrovare quel presente smarrito. Un riconciliarsi, forse. Una phronesis ritrovata, che rianima e ri-assapora speranze lontane e future.

Il rappacificarsi apre alle infinite relazioni. In una trama di tela, riaffiora dal passato il grande amore, Federico. Uno squillo, pochi minuti e la porta si apre. È notte. Il passato riemerge, riannoda e cuce i senza-significato di ieri. Un bacio, una porta d’ascensore che si chiude, riaccende la speranza di quella casa-museo. Altro passo, altra riconciliazione presente. 

Il dolore, i farmaci, l’eroina. Se Dante pensasse a Caronte in questo film, penserebbe a “Mercedes”, sua assistente. Un Caronte che veglia, che lo accompagna dal medico –archetipo di un moderno sacerdote. Salvador ha fatto il seminario senza volerlo; unica possibilità di studio in una famiglia povera. 

Il dolore è un tormento. Un supplizio accettato per una causa maggiore. I ricordi della madre. Una madre forte e decisa. Una madre che non rifiuta di rivelare il suo disappunto per la vita del figlio. Ombre macchiate della memoria, ricordi senza pace. 

Infine, la pace trovata in un quadro, trovato, ma per caso; ricordo di un’infanzia luminosa e assolata. E il tutto scorre. Inchiostro sulla carta per raccontare, per far rivivere ricordi ed emozioni. Il passato riaffiora. Un flusso di storie da raccontare, da far rivivere. Una memoria, scampata all’oblio. Una memoria rappacificata, riconciliata, modellata dal dolore. 

Ultima scena: ricordi lontani di un presepe, senza padre.

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