La scomparsa degli animali


Perché non siamo più capaci di vederli

Che fine hanno fatto gli animali? La domanda sembra assurda. Siamo circondati – mi risponderete – da animali: vivono nelle nostre case a titolo di membri della famiglia, impazzano sui video di Youtube, compaiono puntualmente sulle nostre tavole, defecano sui parabrezza, popolano a dismisura la TV dei bambini…  Nonostante questo, io sono convinto che, oggi, vedere un animale sia un evento eccezionale e raro.

Per dimostrarlo vi propongo una rapida ricognizione delle presenze animali nel nostro quotidiano, tentando una demarcazione in gruppi, o territori, o meglio ancora recinti, dato l’argomento. La nostra prima, imprecisa mappa descriverà tre grandi recinti.

Il primo contiene gli animali reificati. È l’ambito del puro sfruttamento materiale, cioè la trasformazione del corpo vivente in qualcosa d’altro, in un oggetto di consumo. Sui banchi del supermercato, l’animale diventa genericamente “carne”, nome collettivo dei corpi commestibili; più in dettaglio, il sus scrofa domesticus è “salame”, “prosciutto”; il bos taurus diventa “filetto”, “fesa” e così via. Allo stesso modo, nell’abbigliamento “il visone” non indica il mustelide neovison vison ma un capo ottenuto dalla scuoiamento di almeno trenta esemplari. Potremmo andare avanti ma credo che gli esempi bastino a dimostrare un fatto:  il cambiamento linguistico denuncia un’assenza, l’animale non esiste più perché è diventato altro; la cessazione della vita animale ha reso possibile l’esistenza del prodotto. Carol J. Adams, autrice eco-femminista, ha descritto con il termine “referente assente” il processo con il quale l’animale viene espunto dalla nostra esperienza nell’atto di consumarlo. Nel primo recinto, pertanto, l’animale scompare perché diviene un prodotto di consumo.

Il secondo recinto appare, a prima vista, più gradevole. Vi abita l’animale umanizzato. Ha un nome proprio (i vecchi “bobby” e “fufi” lasciano il campo a nomi propriamente umani e ho conosciuto anche un gatto che portava il nome di un ex presidente del Consiglio), vive nello spazio antropizzato della casa, condividendo spazi di intimità come la tavola e il letto, nei casi più tristi diviene il sostituto affettivo di relazioni umane fallite. Minore attenzione, di solito, si pone alle esigenze specifiche dell’animale (cioè quelle proprie della sua specie). Detto in parole povere: si ignora che l’animale non si rassegna a essere trattato da uomo. Sorgono allora drammi domestici: l’animale disturba, abbaia, puzza, sporca e si sporca, riporta prede sanguinolente in soggiorno. Cioè si comporta da cane, da gatto, eccetera. Vogliamo l’animale ma non la natura dell’animale, il suo essere diverso da noi. L’animale umanizzato, quando l’operazione in qualche modo riesce, scompare in quanto alienato dal suo essere proprio. A ben vedere, l’umanizzazione veicola forme inconfessabili di reificazione e non è raro, infatti, che il rapporto si concluda con l’espulsione dell’animale dallo spazio umano (leggi: abbandono).

Eccoci al terzo recinto, dove la realtà scompare in favore dell’idea. È il recinto dell’animale simbolico. Qui mi sbilancio in un’ipotesi che andrebbe meglio approfondita e verificata. Ecco, sono convinto che una cosa accomuni gli animali della pubblicità, quelli della Disney, i cute kittens di Youtube, gli animali fantastici della Rowling, eccetera: tutti – reali o immaginari che siano – rappresentano altro da se stessi. Sono l’incarnazione di simboli e di sentimenti umani: tenerezza, paura, curiosità, forza, agilità, coraggio, seduzione… Il tonno che salta nella scatoletta parla della nostalgia del mare d’estate, la tigre del gelato Magnum suggerisce una sensualità selvaggia, il drago da secoli rappresenta il male. Tutto si mescola in un vortice confuso, nel quale nulla è se stesso e non si distingue più il reale dall’immaginario. In sintesi, l’animale simbolico scompare perché i simboli non sono reali.

Questa ricognizione, certamente incompleta e sommaria, mi suggerisce una conclusione: per lo più, siamo divenuti incapaci di vedere gli animali intorno a noi. Ciò che vediamo e che chiamiamo animali sono figure che riflettono all’infinito la nostra immagine, come in un labirinto di specchi; più precisamente: specchi che riflettono i nostri bisogni e desideri, gonfiati artificialmente da una cultura del consumo e dello spreco. Tali apparizioni animali celano – ma, al tempo stesso, denunciano – la scomparsa dell’alterità animale, che non siamo in grado di riconoscere.

Cosa vi propongo, in alternativa? Di ricominciare a guardare. Riconoscere le forme di vita, comprendere il loro modo d’essere, le peculiarità comportamentali di una specie, i tratti propri di un individuo. Riconoscere quanto ci distanzia e quanto ci accomuna. C’è una parola, tanto fraintesa, che riassume quello che dovrebbe essere, a mio giudizio, il fondamento del rapporto con gli animali: castità. Casto è lo sguardo che accetta una distanza, rinuncia a possedere, accoglie l’apparizione dell’altro, lo lascia essere ciò che è. Solo su questa distanza si può basare una relazione sana. Se un’etica del rapporto con gli animali, da tanti invocata oggi, deve esistere (e di questo sono convinto anch’io), il suo punto di partenza sarà una nuova capacità di guardare e riconoscere.

Foto di Matthew Henry

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