Una pila di piatti sporchi


Ci sono abitudini che, se si prendono, sono difficili poi da cambiare. Per esempio c’è chi lascia i piatti sporchi dentro il lavello, invece che metterli di volta in volta nella lavastoviglie. Il risultato? La pigrizia per non avere svolto il lavoro subito viene ripagata con gli interessi qualche giorno dopo, quando ci si ritrova una pila di piatti incrostati infinita, simile a quella che Semola, protagonista del celebre cartone della Walt Disney “La spada nella Roccia”, si ritrova da lavare dopo essere stato tutto il giorno fuori con mago Merlino, dimentico delle mansioni affidategli dal signore del castello. La differenza è che noi non abbiamo la bacchetta magica, né un mago Merlino che ci verrà a salvare. Con olio di gomito dovremo raschiare tutte le stoviglie.

L’esempio è portato da Elizabeth Lyle, esperta di strategie di leadership aziendale in una conferenza di Ted Talk dell’ottobre 2018. Lyle si occupa di aiutare i capi di imprese in trasformazione a trovare nuove strategie per condurre le loro aziende. La realtà del mercato cambia in fretta, vuole competitività e flessibilità, e tante imprese si ritrovano con persone ai vertici che adottano modelli vecchi e inefficaci, se non addirittura dannosi per il successo.

Il problema è che, come osserva Lyle, i cambiamenti di certe modalità di operare adottate e consolidate dalle persone richiedono tempo, proprio come non è facile cambiare una cattiva abitudine come lasciare i piatti sporchi nel lavello dopo molti anni che si fa così, nonostante si possa anche riconoscere che si tratta di un’abitudine controproduttiva. E, continua Lyle, nelle aziende i cambiamenti non dipendono solo dai capi che le guidano. Anzi. La vera responsabilità di cercare nuove strategie vincenti dipende da coloro che adesso sono in una posizione intermedia nella gerarchia aziendale, e un domani saranno le future guide.

Sono queste persone che hanno la responsabilità di un cambiamento, perché sono coloro che ne assumeranno le conseguenze in futuro. Adesso hanno l’onere e il rischio di proporlo, anche a scapito di un fallimento che possa comprometterne la carriera e la reputazione. Ma, se non si assumono questo rischio, come dice Lyle, la loro azienda sarà destinata a fallire, perché la guideranno nel futuro con modelli di governo del passato.

Cosa ha a che fare questo esempio e questa riflessione con la nostra fede, e la realtà di chiesa che viviamo oggi? Direi molto. Come ogni anno, noi gesuiti in formazione della Provincia Euro-Mediterranea (Italia, Malta, Albania e Romania) ci siamo radunati per passare insieme l’ultima settimana del 2018. Siamo andati in Albania e abbiamo visitato i luoghi dove tante persone sono state perseguitate dal regime comunista a causa della loro fede cristiana. Nonostante la violenza delle persecuzioni e i numerosi martiri, la fede in quel luogo è sopravvissuta, le persone hanno continuato a pregare. E i cristiani d’oggi sono chiamati a raccogliere questa eredità preziosa. Una suora clarissa di Scutari, città nel nord dell’Albania, in una sua testimonianza diceva che paradossalmente ora la fede è più in pericolo di quando c’erano le persecuzioni, perché si sta attuando una secolarizzazione profonda della società che rende i cuori sempre più indifferenti al problema di Dio.

Quei cristiani che hanno dato la vita si sono sentiti responsabili di quella fede che avevano ricevuto. Anche noi in Europa Occidentale siamo eredi di una lunga tradizione di fede, passata anche attraverso il sangue, e la nostra identità, anche dal punto di vista storico-culturale, deve molto al cristianesimo. Perché allora non ci siamo resi conto di questa eredità preziosa di fede, le chiese negli ultimi decenni si sono svuotate, con una conseguente mancanza di senso sempre più profonda nella ricerca di vita delle persone? Forse non ci siamo abituati troppo a lasciare i piatti sporchi nel lavello, pensando che altri li avrebbero lavati?

Fuor di metafora penso che, in una certa misura, la situazione di oggi sia frutto del fatto che la Chiesa, pur avendo fatto passi in avanti notevoli, non sia ancora pienamente riuscita a far sentire i cristiani responsabili della tradizione di fede trasmessa loro, e si è invece  preoccupata di salvaguardare modelli del passato non più adatti alle sfide dell’oggi, un po’ come le aziende di cui parla Lyle. Però, appunto, le abitudini non cambiano facilmente da un giorno all’altro, tanto più in un’istituzione legata a schemi secolari come la Chiesa.

Non si tratta di stravolgere tutto. Quanto piuttosto è necessaria una presa di consapevolezza da parte di coloro che oggi guidano la Chiesa, per consentire ai cristiani d’oggi di uscire dallo loro pigrizia e proporre con responsabilità processi di cambiamento e nuove forme creative di annuncio e di trasmissione della fede. La Chiesa è la comunità di tutti i cristiani. Di noi tutti è la responsabilità del cambiamento, perché di noi tutti è il rischio.

Iniziamo a rimboccarci le maniche e a mettere i piatti in lavastoviglie. Siamo responsabili della fede che ci è stata donata, come lo erano, e se ne erano resi conto, coloro che per essa hanno dato la vita.


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