Coronavirus? Il tuo problema è il mio problema


Cosa possiamo imparare da questa epidemia?

Dopo essere stato sotto i riflettori della stampa mondiale per un paio di settimane, l’epidemia di coronavirus ha subito un aumento di interesse – e ha causato maggiore preoccupazione – quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha dichiarato un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale. Le risposte alla dichiarazione dell’OMS, o all’epidemia in generale, sono state contrastanti: in particolare, Paesi come gli Stati Uniti hanno chiuso i confini e sbarrato l’ingresso a molti viaggiatori.

A prima vista, si potrebbe dire che misure di questo tipo – anche se draconiane – sono sensate, persino necessarie, in una crisi così. Ma io sono stato positivamente sorpreso di sentire che l’OMS ha avvertito che queste azioni potrebbero in realtà peggiorare la diffusione della malattia, perché farebbe aumentare il numero di viaggiatori irregolari, che evaderebbero i controlli di sicurezza passando per punti di ingresso non ufficiali nei Paesi d’interesse (l’OMS ha suggerito di aumentare gli screening alle frontiere degli aeroporti, invece di un blocco totale). Inoltre l’OMS – considerando attentamente i rischi e i valori della globalizzazione – ha fatto notare che un divieto indiscriminato potrebbe risultare deleterio per la collaborazione medica e il commercio internazionale al punto che supererebbe il possibile danno evitato dal contagio.

La globalizzazione ha profondamente cambiato il modo in cui vediamo la realtà e viviamo le nostre vite. Sebbene il termine stesso suggerisca una certa omogeneità nella mentalità, esso ha fatto nascere atteggiamenti e situazioni diametralmente opposte nelle varie parti del mondo: dall’accoglienza alla xenofobia, dall’evoluzione culturale alla crisi d’identità culturale, dalla ricchezza alla povertà, dalla conoscenza condivisa a una sistematica cattiva informazione. Le “strade” create tra noi non consentono una comunicazione selettiva dei “beni”: tutto viene scambiato, il bene, il male e il brutto.

In particolare, epidemie infettive come questa ci ricordano l’aumento della vulnerabilità che accompagna la globalizzazione – cosa accade all’altro lato del pianeta può diventare quasi subito un problema personale. E i problemi richiedono soluzioni.

Possiamo risolvere il problema evitandolo e demolendo ponti. Il muro di Trump, il Decreto Sicurezza di Salvini sono paradigmatici e condividono un’ideologia che in molti modi pervade anche la chiusura delle frontiere in questa nuova epidemia. “Tempi duri esigono misure pesanti” e “non c’è spazio per il sentimentalismo” sono frasi che possono essere usate per difendere tali posizioni. Il richiamo della Chiesa a un codice etico, a una “umanità di base”, trova spesso scherno e disprezzo, cadendo preda di contro-argomentazioni radicate nel relativismo (sia esplicitamente da un punto di vista “agnostico” o più nascostamente da uno “super-cattolico”, come per esempio: “la mia coscienza mi dice che i valori umani non sono così importanti come sostiene la Chiesa, e che altri valori vanno difesi più decisamente”).

Ma la verità non è relativa. La dura e fredda oggettività di tempo ed esperienza mostra che la posizione “il tuo problema non è il mio problema” è illogica, anche se non siamo d’accordo nel definirlo “moralmente errato”. L’OMS – un’organizzazione sicuramente poco religiosa – ha infatti già preannunciato le conseguenze di misure di questo tipo nel caso di un’epidemia come questa. Sembrerebbe che “il tuo problema è il mio problema” è un dato di fatto e che coinvolgersi nell’aiuto reciproco in modo dinamico è l’unica via d’uscita per tutti.

Per un cristiano, questo principio va molto oltre il semplice mutualismo: è una vocazione. È quello che il Signore ci chiama a fare. È parte di chi noi siamo. Dimenticare questo in favore di, per esempio, una più rigida ortodossia va contro i desideri del Signore, ed va a nostro svantaggio alla fine (vedi Matteo 7,15-23 e Matteo 25,31-46).

È anche la via per annunciare Cristo agli altri. Infatti è possibile che proprio questo “il tuo problema è il mio problema” abbia dato origine a un gran numero di conversioni nel mondo antico: nella società romana, dove gli ammalati e i moribondi erano spesso abbandonati, e che si spinse al punto di incolpare e perseguitare i cristiani per lo scoppio di un’epidemia, come rispose san Cipriano, vescovo di Cartagine? Egli richiamò il suo gregge a prendersi cura dei malati e di seppellire i morti, anche a rischio di contagiarsi personalmente, come se non bastasse ai cristiani il fatto di essere perseguitati. Rodney Stark, autore di L’ascesa del cristianesimo, sostiene che è ben possibile che questa testimonianza di compassione e quest’auto-esposizione in una società dove “la sopravvivenza del più forte” è l’utilitarismo erano l’uso corrente (nessun campanello?) potrebbero spiegare l’aumento del numero di conversioni al cristianesimo osservato contemporaneamente a tre diffusioni dell’epidemia. Si dice che san Francesco d’Assisi abbia riassunto questo brevemente in “Predicate sempre, se necessario con le parole”.

Così, sia che noi vogliamo salvare la nostra pelle, vivere coerentemente la compassione umana o portare testimonianza a Qualcuno che noi amiamo, la risposta è sempre la stessa: ama il tuo prossimo come te stesso.

 


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