Confucio for President?

Se un antidoto all’antipolitica può venire dalla Cina

Febbraio 2018. Mentre aspetto nella mia comunità nel campus dell’Ateneo de Manila University i vari documenti che mi permetteranno di esercitare il mio diritto di voto, per la prima volta in qualità di “italiano residente all’estero”, grazie a Dio lontano migliaia di chilometri dal baccano sguaiato e indegno di una campagna elettorale che probabilmente allungherà l’ingloriosa lista dei momenti più bassi della storia politica del nostro povero Paese, cerco di fare, come si dice, “mente locale”. So per certo che voterò, ma sinceramente non so ancora per chi o che cosa, e chi mi conosce sa che per me è alquanto inusuale.

Mentre cerco di trovare modo di orientarmi (parola grossa) nel brodo primordiale che è (ri)diventato il nostro panorama politico, mi capita di preparare un interessante esame di introduzione al Confucianesimo nell’ambito del mio programma di studi presso la Loyola School of Theology. Per la prima volta bagno timidamente i miei piedi alle rive dello sconfinato oceano della sapienza asiatica, di cui il pensiero di Confucio e degli altri classici cinesi è parte essenziale. Al di là del fatto che questo studio mi sta aiutando a capire un po’ di più il mondo in cui ora mi trovo, sorprendentemente mi sta dando chiavi di lettura utili persino per rileggere quello che ora sta accadendo nel Bel Paese, e quale potrebbe essere una speranza per il suo futuro.

Leggendo qualcosa di uno dei cosiddetti “quattro libri” della tradizione confuciana, intitolato Il Grande Studio, mi sono imbattuto in questo passaggio: “Gli antichi, volendo far rifulgere nel mondo la virtù luminosa, prima ordinavano il loro stato; volendo ordinare il loro stato, prima regolavano la loro famiglia; volendo regolare la loro famiglia, prima perfezionavano la loro persona; volendo perfezionare la loro persona, prima correggevano il loro cuore”. Certo, il primo pensiero che mi è venuto è la classica pre-comprensione occidentale verso il pensiero politico confuciano: “Che concezione paternalistica, come se lo stato fosse la stessa cosa di una famiglia!”. Eppure, leggendo bene, vi ho trovato una profonda verità, che può e deve parlare anche a chi è chiamato all’attività politica nei giorni nostri. Penso che uno delle più gravi perdite dell’evoluzione moderna del pensiero e della prassi politica sia stato quello di separare la sfera cosiddetta “privata” dalla sfera cosiddetta “pubblica”. Per Confucio, ma così anche per il più “familiare” Aristotele, una tale distinzione non aveva ragion d’essere: vuoi dedicarti all’attività politica? Hai davanti a te due strade che devono essere percorse insieme.

La prima strada ti chiama a coltivare la tua crescita personale e morale, ad imparare a “correggere il tuo cuore”. Detto in altre parole, un politico ignorante (e, lo sappiamo bene, non è un sinonimo di “non laureato”… un’altra saggezza è qui in gioco), un politico che non sa “governarsi” e badare a se stesso e alle persone a lui più care, non può essere un buon politico. Quanto è vero che buona parte del crollo della qualità della nostra classe politica (e della stessa intelligenza dell’elettorato, di cui la classe politica ahinoi è anche specchio) è dovuta alla profonda crisi del nostro sistema educativo e valoriale? Togliamo di mezzo uno slogan ormai trito: “fare politica”, diciamocelo, per chi ne ha la vocazione specifica, è una professione, che richiede passione, dedizione, umanità e preparazione, intellettuale e non solo. Il passaggio sopra citato infatti continua: “Volendo correggere il loro cuore, prima rendevano sinceri i loro pensieri; volendo rendere sinceri i loro pensieri, prima ampliavano al massimo la loro conoscenza”. La conoscenza di cui si parla qui è anche quella intellettuale (che non guasta e che oggi generalmente manca in tanti nostri politici ed elettori), ma è soprattutto esperienziale, di gente che si è sporcata le mani per gli altri, che ha sentito sulla propria pelle le delusioni e le speranze della propria gente, che se ne fa carico con passione, facendone la ragione della propria vita.

La seconda strada è ancora più chiara in un altro passaggio di un altro classico, i Dialoghi di Confucio. In esso il maestro afferma: “L’uomo benevolo, volendo per sé la saldezza, rende saldi gli altri; volendo per sé il progresso, fa progredire gli altri”. Detto in altre parole: vuoi essere veramente felice, sviluppare al meglio le tue doti, le tue capacità, scoprire e gioire della tua più profonda identità (quella di essere umano)? Rendi felici gli altri, perché gli altri sono parte del tuo destino e della tua identità. Possiamo capire come sia ben più di una frase da Bacio Perugina: questa, per Confucio ma anche per noi, è la base di ogni agire etico e politico! Il Beato Paolo VI ebbe a dire a suo tempo, parafrasando nient’altro che il Vangelo: “La politica è la forma più alta di Carità”. Se vuoi amare davvero Dio, devi amare i tuoi fratelli; se vuoi amare i tuoi fratelli, prima o poi devi amarli anche “politicamente”, nella città, prendendoti cura come puoi della crescita della casa comune. Non tutti siamo chiamati a diventare “politici” in senso stretto, ma a questa “conversione politica” siamo tutti chiamati. Siamo tutti chiamati a sentire profondamente che non esistiamo solo noi o i nostri micronuclei familiari e sociali con le nostre paure e rivendicazioni, ma che un mondo e un Amore più vasto ci interpella, e solo mettendoci in gioco in esso scopriamo chi siamo veramente.

Febbraio 2018. Leggo sui siti di informazione le sparate dei candidati sull’immigrazione e le notizie sugli scontri a Macerata. La tentazione di “tornare alla realtà” è forte, ma poi mi dico: “Deve fatalmente essere sempre questa la realtà?”. O meglio, abbiamo forse altra scelta che cambiare?

Forse questo pensatore lontano, fisicamente e storicamente, può dirci qualcosa e dare un barlume di speranza per chi crede che davvero le cose possano e debbano cambiare, e credendolo si renda conto che le cose cambieranno solo quando comincerà, realmente, a “correggere il proprio cuore”.

Foto di 3dman_eu

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