La Chiesa non è un supermercato né un museo

Una delle cose che il periodo di quarantena ci ha insegnato è l’importanza delle relazioni. Forse perché ne siamo stati privati per un lungo tempo, quasi senza preavviso, abbiamo (ri)scoperto quanto siano importanti per noi.

Quella con Dio è una relazione e, come tutte le relazioni, va nutrita e coltivata. Le relazioni hanno sempre un luogo privilegiato dove avviene l’incontro. Un bar, un parco, una piazza, una casa. La presenza fisica è fondamentale perché una relazione fiorisca e continui: toccarsi, abbracciarsi, o anche solo passare un po’ di tempo in silenzio a guardare l’orizzonte. Insieme.

Il Concilio Vaticano secondo ci insegna che la celebrazione eucaristica è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (Sacrosantum Concilium n.10).

In molti si sono lamentati, durante la fase 1 della quarantena in Italia, del fatto che si potesse andare al supermercato o al tabaccaio ma non a messa. Tanti fedeli hanno sofferto, e soffrono ancora, per questa privazione. È anche vero che la questione, come spesso accade, è diventata facile occasione per attaccare papa Francesco, per strumentalizzazioni politiche o, semplicemente, per litigare.

Adesso lo slogan sembra essere: posso visitare un museo e non posso andare a messa? E giù a invocare la libertà di culto garantita dalla costituzione, a ribadire i termini del Concordato tra lo Stato Italiano e la Chiesa cattolica, per cui spetterebbe solo a quest’ultima una decisione sulla ripresa o meno delle celebrazioni, o semplicemente a lamentare l’impossibilità di svolgere l’azione pastorale in questa situazione.

È un terreno difficile questo e la situazione è complessa. Ma mi sembra che invocare la libertà di culto, seppur in buona fede, sia eccessivo e anche poco rispettoso di quei cristiani in tante parti del mondo che la vedono quotidianamente e violentemente calpestata.

Non essendo un esperto in diritto canonico, mi astengo dall’esprimermi sui termini del Concordato. Mi limito a suggerire che, se è vero che il governo Conte avrebbe dovuto coinvolgere maggiormente la CEI nel processo decisionale, a mio modesto avviso, la questione è più legata al buon senso, all’avere una fede con gli occhi aperti, capace di leggere la realtà in cui ci troviamo.

Per quanto riguarda l’azione pastorale della Chiesa, direi che è tutto fuorché ferma. La pandemia e la conseguente sospensione delle celebrazioni ha attivato una creatività nuova, a volte espressa in modo un po’ goffo (basti vedere i video diventati virali di preti che fanno dirette streaming e attivano per sbaglio i filtri di Instagram..), ma che ha portato anche una ventata di freschezza e innovazione. Un esempio è il successo incredibile di don Alberto Ravagnani, giovanissimo prete di Busto Arsizio, che ha conquistato il web con i suoi brevi video in cui riflette su questioni di fede a partire dalla realtà che viviamo quotidianamente. E ci sono tanti altri esempi positivi.

 

Questa è la Chiesa viva, annunciatrice di Cristo, che sa trasformare una situazione che sembra ridurre all’impotenza in occasione per continuare ad accompagnare i fedeli.

Ma torniamo alla mia affermazione iniziale: quella con Dio è una relazione, questa relazione trova il suo culmine e nutrimento nella celebrazione eucaristica.

In questi mesi di lockdown le nostre relazioni sono state messe a dura prova. Siamo stati privati della possibilità di incontrarci, di stare insieme, di toccarci. Questo, però, non ha ucciso le nostre relazioni. Semmai le ha rafforzate.

Ci siamo dovuti scontrare con la natura della comunicazione online, che è sintetica, imita la realtà quasi perfettamente, come il manto erboso sintetico di un campetto da calcio imita l’erba naturale, ma ha un sapore di plastica e, a uno sguardo più attento, svela tutti i propri limiti. Ciò nonostante abbiamo continuato a coltivare le relazioni importanti.

Siamo stati privati dei nostri luoghi di incontro, delle nostre “liturgie” relazionali. Ma, forse in modo inaspettato, abbiamo riscoperto l’importanza dei nostri legami e abbiamo fatto di tutto per mantenerli vivi. Il nostro desiderio di stare assieme è diventato un desiderio con gli occhi aperti, consapevole della realtà e capace di adattarsi alla situazione.

Mi sembra che lo stesso si potrebbe dire della nostra relazione con Dio. Siamo stati privati del luogo, della presenza “fisica”, ma la nostra relazione con Dio può essere coltivata anche in questa situazione. Riscoprire la preghiera personale, la lettura della Scrittura in famiglia, la Liturgia delle ore. Sono molti i modi per tenere vivo il rapporto con Dio. Questo non toglie che la celebrazione eucaristica sia “culmine e fonte “ della vita cristiana. Ma il rischio della pandemia è ancora grande. La Chiesa non è un supermercato né un museo, anche se spesso forse l’abbiamo vissuta così, purtroppo.

È stato deciso che da lunedì 18 maggio si potranno riprendere le celebrazioni eucaristiche, seguendo un protocollo di sicurezza che include, tra le altre cose, distanziamento, igienizzazione delle mani all’ingresso in chiesa, mascherina, indicazione del numero massimo di partecipanti consentito per le celebrazioni ben in vista, sanificazione delle superfici dopo ogni celebrazione.

Tutto questo è necessario per impedire una nuova diffusione del contagio, ma mi chiedo: non sarebbe stato più prudente aspettare ancora un po’ e vedere l’evolversi della curva dei contagi dopo le prime settimane di fase 2, soprattutto considerato il fatto che moltissimi fedeli che riprenderanno a celebrare la messa rientrano nella fascia d’età più vulnerabile al Covid-19?

Lo stesso papa Francesco, nel corso di una celebrazione quotidiana in Casa Santa Marta, aveva affermato: “In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”.

Inoltre, penso a tutte quelle parrocchie con tantissimi fedeli e pochi spazi, o con un solo prete per di più anziano, o con pochi volontari che possano aiutare a mettere in atto le norme di sicurezza.

Una cosa è certa: è un peccato che la celebrazione eucaristica sia diventata terreno di scontro ideologico. Forse anche qui abbiamo qualcosa da imparare.

Di sicuro ci sarà bisogno di fede, prudenza, impegno e tanta pazienza.

 

Copertina: Foto di Mateus Campos Felipe su Unsplash

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