Cambiamento: quale direzione?


Alcune riflessioni in vista delle elezioni europee

Come è ben noto, il 26 maggio i cittadini italiani saranno chiamati a votare i rappresentanti del proprio Paese presso il Parlamento europeo (gli altri cittadini europei lo faranno tra il 23 e il 26 maggio). Questo rito della democrazia, che si ripete ogni cinque anni, solitamente passa abbastanza inosservato – come emerge dal dato dell’affluenza alle elezioni europee, sempre più bassa rispetto alle altre – forse perché appare come qualcosa di lontano, che non ci riguarda, che non ha effetto immediato sulla nostra vita. Tuttavia, quest’anno sembra che i politici stiano dando grande risalto a questa elezione, dietro promesse di cambiare l’Unione Europea in un senso o nell’altro.

È necessario dire che spesso l’“Europa” è stata ed è usata come capro espiatorio dai politici di vari Paesi, per distogliere l’attenzione da altri problemi interni, trasformandola così in qualcosa che non ci appartiene più, in cui non riusciamo a identificarci. Ciononostante, anche chi è a favore dell’Unione, percepisce che così com’è, essa non va bene, che c’è bisogno di un cambiamento. Ma quale cambiamento?

Mi sembra interessante che queste elezioni cadano nell’anniversario di un fatto molto particolare per l’Europa, che forse può darci dei suggerimenti per la situazione di oggi. Cento anni fa, infatti, proprio in questi mesi a Parigi si teneva la conferenza di pace dopo i conflitti che saranno noti come “Grande Guerra” e, più avanti, come “Prima Guerra mondiale”. Questi colloqui coinvolsero diversi Paesi – non solo europei – e cercarono di definire un nuovo equilibrio in un continente che nel giro di pochi anni aveva visto profondi mutamenti: la fine degli imperi (quello tedesco, quello austro-ungarico, quello russo e quello ottomano), cioè di realtà politiche multietniche e sovranazionali; la nascita dell’Unione sovietica, cioè del primo Paese comunista (bisogna ricordare che il comunismo, inizialmente, vedeva lo Stato come un male necessario da sopportare temporaneamente, finché non si fosse potuto abolire in ogni parte del mondo); molti cambiamenti nei costumi e nella società, che aveva passato le atrocità della peggiore guerra fino allora conosciuta. Tuttavia, non fu facile giungere a degli accordi: ciò che ha ostacolato maggiormente il raggiungimento di una situazione stabile e duratura furono le differenti visioni dei partecipanti, in particolare dei quattro “grandi” vincitori: Georges Clemenceau (Francia), Woodrow Wilson (Stati Uniti d’America), David Lloyd George (Regno Unito) e Vittorio Emanuele Orlando (Italia). Le questioni su cui ci fu maggiore discordia furono il trattamento da usare con la Germania e la divisione dei territori dei Balcani, su cui l’Italia aveva molti interessi.

Mentre la linea moderata, guidata da Wilson, cercava un nuovo ordine che guardasse maggiormente al futuro, una “pace senza vincitori”, che mirasse al bene di tutti, alla possibilità di costruire un avvenire fondato sull’eguaglianza delle nazioni, sull’autogoverno dei popoli (cioè sulla possibilità per le comunità etniche di ottenere l’autonomia nei confronti degli imperi precedenti), su una riduzione degli armamenti; la linea dura, guidata da Clemenceau, cercava la vendetta per i danni subiti nella guerra, attribuendo la completa responsabilità alla Germania.

Questo contrasto portò a conseguenze che ben conosciamo. Il Trattato di Versailles (28 giugno 1919) fu il massimo tentativo di vendicarsi sulla Germania, già sconfitta militarmente: la trattativa si tenne a Versailles, nella stessa sala dove 48 anni prima la Germania aveva proclamato la sua unificazione; nessun tedesco vi partecipò, ma i delegati tedeschi furono costretti a firmarlo successivamente “a scatola chiusa”. Con questo trattato, la Germania perdeva diversi territori, tutte le sue colonie in Asia e in Africa, la possibilità di avere un esercito (quando la società tedesca era molto legata alle istituzioni militari); inoltre fu esclusa dalla futura Società delle Nazioni (l’antenata dell’ONU) e, soprattutto, le fu data tutta la colpa della guerra; per questo, oltre alla sconfitta, fu obbligata a pagare un enorme debito come risarcimento (per la cronaca e per farci un’idea di quanto fu chiesto, bisogna sapere che, anche dopo aver ricevuto alcuni sconti sull’importo, la Germania finì di pagare questo debito il 3 ottobre 2010, quando fece l’ultimo versamento, che ammontava circa a 70 milioni di euro).

All’Italia, come sappiamo, non andò meglio. Da un lato, essa poteva avanzare pretese sulla Dalmazia e su Fiume (due territori che oggi si trovano in Croazia, ma in cui c’erano minoranze italiane), grazie ai trattati che aveva stipulato prima della guerra (il famoso Patto di Londra), ma esse si scontravano con le rivendicazioni dell’appena nato Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni e andava contro il principio di autogoverno di Wilson; dall’altro lato, i due rappresentanti dell’Italia, Sonnino e Orlando, si trovavano in conflitto tra loro sulla linea da tenere. Risultato: essi si ritennero offesi dall’atteggiamento degli alleati, si ritirarono dalla trattativa e l’Italia non ottenne né la Dalmazia, né Fiume.

Insomma, vi chiederete dove voglio arrivare con tutti questi dati. Forse, questi fatti del 1919-20 hanno qualcosa da dirci riguardo al cambiamento di cui sentiamo il bisogno e che auspichiamo per l’Europa. Innanzitutto, ci insegnano che sono importanti la progettualità e la cooperazione: uno sguardo al futuro, che non elimini la nostra tradizione, ma che proponga una prospettiva e un obiettivo condiviso (cioè, non guardi solo alle offese e alle ferite del passato, come il nostro buon Clemenceau). In secondo luogo, l’apertura e la parità: costruire qualcosa insieme che escluda alcune parti (perché sono diversi da noi, perché non sono degni, perché non hanno i requisiti economici) rischia di rendere inefficace lo sforzo condiviso, come abbiamo visto con la fallimentare Società delle Nazioni, che non coinvolgeva alcuni dei principali Paesi (USA, URSS, Germania, ecc.) e perciò non riuscirà a risolvere i conflitti in modo pacifico. Infine, la solidarietà e il rispetto della diversità: non c’è bisogno di ricordare che furono proprio la crisi economica in Germania – dovuta alla richiesta di un debito che la Germania non poteva sostenere da sola – e la crisi della società – dovuta alla demilitarizzazione forzata – che accresceranno i sostenitori di Hitler, fino a che questi raggiungerà il potere.

A differenza di 100 anni fa, forse oggi il cambiamento è possibile in un modo più pacifico e più efficace; ma per farlo, è necessario informarsi adeguatamente prima di votare. Per questo, mi permetto di proporre alcuni siti dove è possibile trovare alcune informazioni sull’Europa e sulle elezioni del 26 maggio:

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/breve-guida-per-informarsi-sull-unione-europea/

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/verso-le-elezioni-europee/

http://www.europarl.europa.eu/italy/it/elezioni-europee-2019/ee2019-istruzioni-per-l-uso

https://what-europe-does-for-me.eu/it/portal/2/0

https://www.stavoltavoto.eu/

 


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