Con ali di farfalla

Un’esperienza di volontariato in Romania

Fluturel è un ragazzo dagli occhi di un marrone dolcissimo e intenso. Ha uno spirito curioso, gli piace esplorare il mondo intorno a lui e ama farlo in compagnia. È affascinato dai rumori: durante i giorni di pioggia, può rimanere incantato lunghi minuti ascoltando l’acqua cadere fuori dai canali di gronda. Nelle giornate di sole, tamburella sulle inferriate alle finestre.

Ho conosciuto Fluturel a luglio, durante un’esperienza di volontariato in un angolo di Romania al confine con l’Ucraina. Vive assieme ad una trentina di persone in un padiglione di ospedale, dopo che il tetto del Cămin de bătrânii, la struttura che lo accoglieva, è crollato l’inverno scorso. In italiano Cămin de bătrânii si potrebbe tradurre con “casa degli anziani”, anche se lì si tratta di un luogo in cui, per entrarci, non c’è bisogno di collezionare anni su anni. È sufficiente che la ruota della vita abbia smesso di girare, per un motivo più o meno grave.

Nel Cămin puoi entrare giovane perché la tua famiglia non può o non vuole occuparsi più di te. O perché una famiglia non ce l’hai più. Poi sarà l’ambiente stesso della struttura a far sì che la tua vita rallenti piano piano, favorendo comportamenti rituali, autistici e sclerotizzati. Le condizioni igieniche non aiutano. Il personale, sottopagato e demotivato, in genere assiste senza interesse alle dinamiche di questa piccola comunità, che riesce a conservare gesti di solidarietà e di aiuto reciproco sorprendenti.

Non conosco l’età di Fluturel, probabilmente sulla ventina. Lui non parla. Poco tempo passato insieme a lui e ti chiedi perché camminare gli è così poco naturale. Nessuno si è preso cura di lui? Dipende dalla sua disabilità psico-fisica? Qui nessuno lo accompagna un po’ in giro? Eppure non appena si accorge che c’è una mano a cui aggrapparsi, è tutto un camminare, è tutto un desiderio di scoprire. Senza bisogno di parole, prima di qualsiasi parola. Basta stare in relazione, insieme. Fluturel ama essere accarezzato sulla schiena e si rilassa quando gli canticchi continuamente lo stesso motivo, fino ad aprirsi in un sorriso e in una risata di felicità. Ogni giorno si fida sempre di più di chi lo accompagna, e accetta più docilmente, senza urlare il suo disagio, di farsi distogliere dalle fissazioni in cui ogni tanto rimane impigliato.

Qualcuno si chiede che cosa possa fare, nella vita di queste persone, qualche settimana di volontariato in un anno. Qui non è come stare davanti al classico bicchiere chiedendosi se sia mezzo pieno o mezzo vuoto: la sensazione è più quella di qualche goccia di serenità in un mare di problemi. Si tratta di un’esperienza piccola piccola, che finisce, che passa. Però c’è stata. Come sia risuonata in loro, rimane sempre un po’ velato, misterioso. Io sento che quell’incontro, così come quello con altri amici, ha continuato ad abitare nel mio cuore. Tutto ciò che ho vissuto in questa esperienza – gratitudine, impotenza, serenità, rabbia, stupore, ecc. – è stato un dono, è stata davvero “una misura buona, pigiata, colma e traboccante […] versata nel grembo” (Lc 6,38).

Chissà cosa sta facendo Fluturel in questo momento… Me lo vedo aggrappato alla rete che separa i bătrânii, gli anziani, dal resto del mondo. Quello stesso mondo così normale, così giusto, che li ha confinati in pochi metri quadrati. Me lo immagino chiamato o richiamato con quel nome, Fluturel, che in rumeno non è nemmeno un nome di persona. Lo chiamano Fluturel. Nessuno sa come si chiami veramente.

Però è un nome che ha a che fare con “farfalla”, di cui potrebbe essere il diminutivo o il vezzeggiativo. La scoperta di questa spiegazione mi è piaciuta tantissimo. Per me “Fluturel” ha davvero a che fare con il desiderio di vita e di libertà che si leggono negli occhi di quel ragazzo. Quale che sia il motivo di quel soprannome, è un soprannome affettuoso. E per un luogo in cui il vocabolario per i momenti di crisi contempla ancora parole come “gabbia” e “lacci”, oppure verbi come “immobilizzare” e “isolare”, un battito colorato di ali di farfalla non è davvero cosa da poco.

Foto di Josephine Amalie Paysen

Our latest posts

Our popular posts