Pechino, la chiesa cattolica e la TV cinese


Intervista a Padre Emilio Zanetti

In un tranquillo pomeriggio autunnale a Roma mi imbatto in Padre Emilio Zanetti, gesuita e produttore televisivo in Cina. Trattengo a stento l’impulso di lasciare l’Aventino per seguirlo alla volta di lidi lontani e limito la mia curiosità a poche domande. Con la mente carica di interrogativi, il giorno dopo lo raggiungo al Collegio Romano, sede del Liceo Visconti. È indaffarato con le riprese per un docu–film su Matteo Ricci e senza accorgermene mi ritrovo a indossare una veste, catapultato nella Roma di fine ‘500, pronto per il facile ruolo di comparsa televisiva. Tra una ripresa e l’altra, tra bui corridoi e sale affrescate del meraviglioso edificio storico, sgancio a Padre Emilio alcune brevi domande. È l’occasione per scoprire qualcosa sul suo duplice ruolo di religioso e produttore televisivo in Cina e sulla situazione dei cattolici all’indomani dello storico accordo Cina –Vaticano sulla nomina dei vescovi.

Qual è il tuo ruolo, la tua attività oggi? Come sei arrivato in Cina e a lavorare nella TV per il governo Cinese?

Io faccio il produttore televisivo, almeno per ora (!). Raccolgo dunque alcune idee proposte dal consiglio di amministrazione e dalla direzione di Kuangchi Program Service (KPS) e cerco di trovare i fondi e le risorse per realizzarle. Alcune idee sopravvivono, altre si perdono oppure rimangono parcheggiate fino a quando si trovano le risorse o le persone per portarle avanti. Con la televisione cinese, KPS ha collaborato dal 2003, quando padre Jerry Martinson, deceduto lo scorso anno, aveva inviato il signor Zhou Wenyi, l’allora direttore laico di KPS, da Taiwan alla Cina continentale per cercare una collaborazione ufficiale. Dopo ben cinque tentativi, ci è riuscito. Io sono arrivato dopo e sono diventato un grande amico del signor Zhou e della direzione della televisione di stato cinese. A partire da queste relazioni, il mio lavoro era semplice: si trattava solo di portare progetti nuovi e soprattutto risorse.

Piero (terzo da sinistra) con altri gesuiti nel ruolo di comparsa per il documentario su Matteo Ricci

Com’è nata la collaborazione con il governo cinese per la produzione dei documentari di cui ti sei occupato?

Il signor Zhou (che poi ha avuto l’onore di essere conosciuto e ringraziato per quanto fatto da papa Francesco, esperienza che l’ha segnato molto pur non essendo cristiano) ha conosciuto la presidente della Jiangsu Broadcasting Corporation (JBC), l’azienda di produzione televisiva di Nanchino, che nel 2003 era la più grande in Cina (sia in termini di quantità sia di qualità) al servizio della televisione di stato di Pechino. Non farti fuorviare: tutte le grandi aziende mediatiche, essendo questo un campo molto controllato, pur con nomi diversi lavorano all’unisono sotto la segreteria del partito. In quell’occasione la direzione di KPS ha chiesto se si poteva produrre un documentario su Matteo Ricci, gesuita grande amico della Cina e figura storica conosciuta da tutti qui. La direzione di JBC ha risposto che era troppo delicato, in quanto prete cattolico, ma ha saggiamente proposto di produrre un lungo documentario storico su Paolo Xu Guangqi, l’amico cinese di Matteo Ricci, ufficiale imperiale e riconosciuto da tutti i suoi contemporanei come grande accademico. Ovviamente all’interno di quel documentario si poteva parlare lungamente di Ricci. Dopo quell’esperienza positiva, anche in termini di audience, JBC ha accettato di co-produrre un nuovo documentario su Adam Schall von Bell, gesuita tedesco che ha continuato il lavoro di Ricci alla corte cinese ed è addirittura diventato tutore di studi del giovane imperatore. E poi è toccato a Giuseppe Castiglione essere il soggetto di un nuovo documentario: fratello gesuita e artista originario di Milano, Castiglione è molto conosciuto in Cina per il suo ruolo di pittore imperiale del ‘700. Dopo la messa in onda di quest’ultimo progetto, caratterizzato da un successo inaspettato, ci è stato comunicato che era arrivato il momento di un documentario sullo stesso Matteo Ricci.

Un momento di pausa durante le riprese

La politica di riconciliazione del Vaticano con la chiesa patriottica cinese ha fatto un grande passo in avanti con il recente accordo sulla nomina dei vescovi. Come si inserisce questa serie di progetti televisivi nell’ambito del dialogo con il governo cinese? Pensi che questi documentari possano aver favorito il graduale processo di riconciliazione della chiesa cinese?  

La formulazione della domanda richiede una correzione, molto importante: non si è mai parlato di “chiesa patriottica” ma di “associazione patriottica”, cui appartiene una parte della comunità cattolica riconosciuta dal governo. L’accordo firmato il 22 settembre è semplicemente la continuazione di un cammino di riavvicinamento di cui il documento fondamentale è la lettera ai fedeli cinesi di Benedetto XVI scritta nel maggio 2007. In tale documento si parla sempre di un’unica chiesa, non ci sono due o tre chiese, ma un’unica chiesa cattolica che richiede riconciliazione al suo interno e nei rapporti con il mondo esterno, compreso il governo. E’ importante leggere attentamente i contenuti di quella lettera per comprendere l’evoluzione del cammino di dialogo. Il lavoro dell’intera comunità cattolica e della gente che vuole collaborazione, compresi coloro che lavorano nell’ambito dei media, sta rendendo possibile questo cammino.

Ripresa di dettagli

Cosa vuol dire essere un cattolico – e, nel tuo caso specifico, un sacerdote – in Cina oggi? Puoi notare delle differenze a seguito del recente accordo Cina – Vaticano? Quali?

Partecipando alle liturgie cattoliche a Pechino si vede l’energia della comunità. La Cina sta ora celebrando il quarantesimo anniversario della grande ri-apertura all’esterno (1978-2018) e uno dei settori è quello religioso. L’accordo è una pietra miliare in questo processo. La comunità cattolica è grande e vibrante ed è composta da persone molto attente al dialogo e ad una vita di cittadini onesti.


Attualmente sei impegnato nella produzione di un documentario sul Gesuita Matteo Ricci, uno degli europei da sempre più amati in Cina. La sua eredità può influire positivamente sul modo in cui i gesuiti vengono percepiti? Pensi che la presenza di un papa gesuita possa aver favorito la distensione dei rapporti tra Cina e Vaticano?

Matteo Ricci è uno dei due stranieri, l’altro è Marco Polo, ritratto nel monumento al millennio a Pechino. Ci sono, non casualmente, solo loro due. I gesuiti, non è nemmeno il caso di ricordarlo, sono molto ben visti in Cina. Abbiamo appena festeggiato il ventesimo anniversario del nostro centro universitario nella capitale cinese, chiamato The Beijing Center. Alle origini di questo centro (che è in ottimi rapporti con le istituzioni, come lo sono i documentari che facciamo con la televisione di stato) c’è stato  anche un gesuita italiano, padre Belfiori deceduto nell’infermeria del Gesù nel 2006. Lui aveva cercato padre Ron Anton, gesuita americano della Loyola Baltimore University, per iniziare questo campus. Quando Ron ha inviato la documentazione per i permessi al governo centrale di Pechino, firmandosi Mr. Ron Anton, l’approvazione è arrivata con l’aggiunta (scritta dalle autorità) “Jesuit”: non solo approvato, ma anche ‘certificato’ come gesuita dalle stesse autorità. Che anche Francesco ora sia il primo papa gesuita, sicuramente conta moltissimo.

Il mondo della TV e dello spettacolo è affascinante e ricco. Può, credo, essere difficile vivere una dimensione sacerdotale in un contesto simile. Qual è la tua esperienza a riguardo? C’è qualcosa che ti aiuta in modo particolare a mantenere viva la tua identità religiosa?

È vero, il mondo della TV e dello spettacolo è affascinante e ricco di possibilità. Ed è anche costellato di responsabilità. Vorrei dire due cose: la prima è che una volta entrati nel mondo della produzione, si scoprono le dinamiche di tutti i posti di lavoro ‘abituali’: bisogna fare un buon prodotto ‘vendibile’, rispettare i tempi di consegna, fare i conti con il budget a disposizione, cercare i fondi, essere convinti ed entusiasti nel portare le cose a termine, nulla è dato per scontato (lo stesso Silence ha rischiato di naufragare dopo un mese di produzione, ad esempio). In secondo luogo vorrei ricordare una frase di Jerry, l’unico prete (che io sappia) che ha condotto programmi in prima serata su una televisione nazionale: ‘Lavorare nei media significa fare un atto di fede, perché, non potendo vedere il pubblico, dobbiamo credere fermamente in ciò che stiamo facendo’. Questo è stato il testamento professionale di una persona che ha dovuto fare i conti con blocchi artistici, incomprensioni con i produttori, progetti cancellati e ostacoli di diversa natura nonostante una vita di grande pubblico e di grande successo sullo schermo. La frase che ho appena citato è stata ripresa da una sua famosa amica cantante durante la serata del premio televisivo alla carriera conferitogli dopo la sua morte nel novembre 2017.
Se facciamo i conti in termini di audience (quando metà Asia ti segue, spazzi via la maggioranza della competizione…), Jerry era il gesuita più noto nel mondo… fino a quando ha perso il primato la sera della fumata bianca del 2013. In pochi minuti Francesco gli ha rubato il primo posto .. Sorry, Jerry!

Un momento delle riprese

Hai collaborato anche alla realizzazione di Silence con Scorsese. Qual è stato il tuo ruolo? vuoi raccontare qualche aneddoto interessante/simpatico in cui sei stato coinvolto durante la lavorazione?

Attorno a Silence, già due anni prima di girare il film vero e proprio, si è creato un team di gesuiti per assistere Scorsese. Poi noi siamo stati fortunatissimi che il film sia stato girato a Taiwan. A me interessava stare sul set, conoscere gli attori e fare la comparsa. Jerry voleva farmi entrare nella scena delle torture, quando i personaggi sono appesi nel sacco a testa in giù: mi aveva raccomandato per essere uno dei torturati. Aveva parlato con tutto lo staff che sceglieva le comparse, l’aveva detto anche a Martin due giorni prima che scegliessero i candidati. Fortunatamente lui ha risposto: “non torturo preti” … Meno male! In quelle settimane stavo cercando donatori per un altro programma televisivo su papa Francesco, ero sfinito, non volevo perdermi la produzione sul set – era molto eccitante (almeno per me) – ma non potevo certo sopportare di rimanere due ore appeso per i piedi a testa in giù. Alla fine la mia scena era su una panchina vestito comodamente con un kimono, grazie Martin!

Foto di copertina di Annie Spratt

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