Bello e dannato

Davanti alla Pietà di Michelangelo

Una delle immagini che accompagnano il tempo del triduo pasquale celebrato dai cristiani è quella della Pietà: Maria accoglie nel suo grembo suo figlio Gesù, appena deposto da quella croce su cui ha trovato la morte. E una delle realizzazioni più conosciute al mondo è senza dubbio il gruppo marmoreo scolpito da Michelangelo, nella Basilica di San Pietro a Roma. Chi ha avuto la fortuna di vederlo sa che non è proprio facile ammirare questa scultura: normalmente è assediata da una folla di visitatori che cercano di avvicinarsi quanto più possibile e di “catturare” la Pietà, più che con lo sguardo, con il proprio smartphone.

Mi è capitato di trovarmi in Basilica la mattina di una piovosa domenica di Quaresima, che forse aveva scoraggiato più di un turista a raggiungere San Pietro all’alba. A differenza del solito, la Pietà si mostrava alla vista senza problemi e si offriva alla contemplazione di chi desiderava sostare un po’ in sua presenza.

E mi ha colpito la bellezza, silenziosa e solenne, con cui la drammaticità di quel momento viene trasfigurata. Il bianco del marmo di Carrara, che crea un tutt’uno tra le due figure. La Madre viva, avvolta in ampi panneggi che incorniciano il suo sguardo muto, la mano sinistra che invita discretamente a partecipare a quel momento. Il Figlio morto, nuda carne che si adagia nel grembo di lei. Troppo bello per un crocifisso, potrebbe dire qualcuno. Ma attraverso una bellezza soprannaturale, Michelangelo desidera rivelare il carattere divino del Cristo. È la bellezza dell’anima pura, al di là del corpo martirizzato e ucciso, in accordo con la cultura neoplatonica in cui l’artista fiorentino era immerso.

Bello, il Cristo. E dannato. Qui avrei voluto superare il vetro di protezione, e avvicinarmi per osservare con riverenza un piccolissimo dettaglio scoperto da Marco Bussagli qualche anno fa. La bocca semisocchiusa del Cristo rivela un dente incisivo centrale in più, rispetto ai canonici quattro. In anni successivi Michelangelo riserverà questo mesiodens, tra l’altro, alle figure dei dannati e dei demoni nella Cappella Sistina. Ossia a coloro che sono fuori dalla grazia di Dio. Blasfemia del Buonarroti? No: egli incide nel marmo quanto l’apostolo Paolo desidera comunicare ai cristiani di Corinto: «Colui che non conobbe il peccato Dio per noi lo fece peccato, affinché noi diventassimo in lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21). Non è di Cristo quel quinto incisivo: è di ogni peccatore, è il mio. E anche se da dove mi trovo non riesco a scorgerlo, il fatto che il mesiodens sia lì, mi dà da pensare e mi riempie di stupore. Stupore riconoscente.

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