Il sorriso di Ate Mirna


Come la vita di un sobborgo di Manila mi aiuta ad attraversare la morte di mio padre

Ate Mirna sorride [“Ate” significa in Tagalog “sorella maggiore”, ed è un epiteto rispettoso ed affettuoso dato alle signore]. Sorride quando noi giovani gesuiti in formazione entriamo nella sua povera baracca nel sobborgo di Liwanag (in Tagalog, “Luce”), poco lontano da Manila; sorride quando usciamo. Si dice normalmente che il sorriso in Asia sia qualcosa di più culturale e antropologico che spontaneo. Nel caso di Ate Mirna no. Lei sorride dal cuore, e sorride anche fra il dolore e le lacrime. Ogni Domenica dopo la Messa visitiamo lei e altre famiglie dei dintorni per portare la Comunione. Ate Mirna non si può muovere dal suo tugurio, dove vive insieme al marito e al figlio ventenne: il diabete, che in Italia forse avrebbe potuto curare con semplici iniezioni di insulina, ha devastato il suo corpo, costringendola a due sedute di dialisi settimanali, e a perdere prima una, poi entrambe le gambe, devastate dalla cancrena. L’anno scorso, di Giovedì Santo, eravamo riusciti a ripetere con lei il gesto della lavanda dei piedi. Quest’anno le abbiamo solo potuto chiedere una benedizione per noi. Il marito e il figlio (che studia e lavora) si fanno in quattro per aiutarla, con tenacia, pazienza e dolcezza infinite. Ma anche per loro la pazienza, e soprattutto le tasche hanno un limite. Nonostante alcuni (scarsi) aiuti del governo, la famigliola dissangua le proprie già esigue finanze per le cure e le medicine.

Ma Ate Mirna sorride. E sorridono il figlio e il padre, anche fra le lacrime. Per tre settimane ci siamo recati alla soglia della sua baracca, e l’abbiamo trovata sbarrata. I vicini di settimana in settimana ci ripetevano che era all’ospedale. Finalmente, al quarto tentativo l’abbiamo trovata, e lei ci ha accolto ancora con il sorriso, priva dell’unica gamba che le era rimasta. Ricordo ancora la reazione che ho provato dentro di me in quel momento. Dentro di me ogni fibra del mio essere si ribellava: perché, Dio? Perché tanta sofferenza inflitta a persone che vivono già in tanta miseria? Il Vangelo di quella Domenica recitava: “Chiedete e vi sarà dato..”. Dovendo condividere qualcosa sul Vangelo del giorno, cercando di nascondere in ogni modo la mia rabbia contro Dio, perché, a mio avviso, era rimasto sordo a tante preghiere, ho cercato di balbettare qualcosa sulla forza della preghiera, e su come Dio ci ascolta e agisce in modi per noi inimmaginabili. In quel momento, non credevo a quello che stavo dicendo. Ma ciò che mi ha colpito è stata la condivisione che Mirna ci ha donato dopo il rito, in cui, con dolore e fra le lacrime, ma anche con una speranza che raramente ho incontrato, ci ha raccontato tutto il suo percorso di preghiera nella sofferenza, che l’ha portata dal pregare per la sua guarigione, al pregare di morire, al pregare di resistere per suo figlio, fino al pregare di accettare semplicemente la Volontà di Dio. E’ riuscita in tutto questo a trovare il modo di essere profondamente grata per tutte le persone che la stanno aiutando, e a ringraziare anche noi, che ogni Domenica ci siamo recati davanti alla sua porta chiusa, come le avevano riferito i vicini.

Mio papà, Roberto, è mancato lo scorso 14 febbraio (giorno di San Valentino). Malato da tempo, le sue condizioni sono alla fine precipitate solo nell’ultima manciata di settimane prima di febbraio. Quando è mancato, io non c’ero. Ero qui a Manila, a dieci mila kilometri di distanza dal suo letto di ospedale. Forse mai ho avvertito di più il peso della vita religiosa come in quel momento, e tutte le mie preghiere mi sono sembrate impotenti. Solo un’ultima video chiamata su Skype qualche giorno prima, con una breve, quasi banale conversazione (ancora speravamo che si potesse riprendere), e, grazie a Dio, una più profonda lettera scritta il mese precedente, quando dentro di me qualcosa è scattato, ed ho sentito la necessità di mettere per iscritto quanto avrei sempre voluto dire a papà, e che, per imbarazzo o per altro, non ero mai riuscito a comunicargli.

Tuttavia, qualcosa di inatteso è accaduto nei giorni del funerale ed in quelli immediatamente successivi. Pur nel dolore e nella confusione del momento, è come se i miei occhi fossero improvvisamente diventati più capaci di scrutare la più tenue luce capace di brillare nelle tenebre. Improvvisamente mi sono reso conto di tanto bene che papà ha fatto quando era in vita, e che forse nemmeno io ero in grado di riconoscere pienamente: l’ho visto riflesso nel dolore e nella vicinanza di tanti e tanti amici in quei giorni. In quei giorni ho anche sentito aperta la possibilità di riconciliazione per le ferite che io e papà ci siamo in passato reciprocamente inferti, e ho sentito particolarmente forte la vicinanza dei miei confratelli gesuiti: per la prima volta forse ho sentito come le mie due famiglie, quella di sangue e quella scelta per vocazione, siano davvero unite. In mezzo al dolore, si è fatta strada inaspettatamente la gratitudine, per la vita di papà, per la forza e il coraggio di mamma, per l’unità ritrovata nella nostra famiglia, per i tanti doni ricevuti per tanti amici che ci vogliono bene.

Rileggendo a distanza di qualche mese, sono fermamente convinto che tutto questo non sarebbe successo allo stesso modo se non avessi imparato dal sorriso di Ate Mirna, ora e qui, a dieci mila kilometri di distanza da casa, cosa significhi soffrire ed offrire la propria sofferenza. E’ forse questo l’ultimo atto di povertà e umiltà: rinunciare persino a possedere il proprio dolore, le proprie tenebre, e lasciare che Qualcun altro le abiti e le illumini.

Il sorriso di Ate Mirna non cancella il suo dolore: le permette solo di viverlo diversamente e guardarlo con occhi nuovi, a volte pieni di lacrime, eppure capaci di vedere che esso non ha mai l’ultima parola. Se non fossi stato “evangelizzato” da lei, forse continuerei solo a gridare contro il silenzio di Dio nella prova, invece di imparare, passo dopo passo, ad ascoltarlo e contemplarne le misteriose consolazioni.


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