DA UN PO’ DI FILOSOFIA A UN SORSO D’ARTE

Qualche lineamento dell’esperienza estetica di fronte a Signorelli 

Sono in camera e passeggio. Stringo tra le mani un libro. Quando leggo passeggio. Il movimento dei piedi favorisce la concentrazione e accompagna bene lo studio. Studio filosofia. Leggo L’idea della fenomenologia. È una serie di lezioni di Edmund Husserl. Il linguaggio è complicato e chiede attenzione. Chiede una grande dose di attenzione. Un periodo, magari di poche righe, scandite da virgole e il punto, è breve, ma comprende diversi passaggi. Mi soffermo, lo rileggo. Procedo logicamente. Un pensiero dietro l’altro. È del tutto assente la dimensione dell’abbandono. È una lettura che chiede una continua veglia per accogliere l’evento della comprensione. Il sentire è coinvolto, ma solo mediante la porta d’accesso del pensiero meticoloso. Tuttavia ora mi preme sottolineare e insistere su altro.

Interrompo prendo tra le mani un libro diverso. Amo la letteratura. Potrei continuare il discorso prendendo come esempio Dalla parte di Swann, il primo libro dell’opera colossale di Proust, Alla ricerca del tempo perduto. La memoria va a un passo che, un poco alla volta, si snoda e risulta comprensibile soltanto se si arriva alla conclusione di esso. La voce narrante chiama in causa il tempo che il protagonista del racconto trascorreva a Combray, insieme ai genitori e ai familiari. È ricordato sorseggiando una tazza di tè e mangiando un biscotto. È un gesto semplice, eppure così potente da evocare un vissuto intenso. Il protagonista sorseggia e risalgono per la via del ricordo quei momenti. È un coinvolgimento interiore prima confuso, poi sempre più chiaro, fino ad arrivare alla memoria di quei momenti abbastanza precisi.

Leggo questo libro, lentamente, e accade qualcosa di diverso rispetto all’istante precedente, in cui leggevo frasi di Husserl. Qui è più che presente la dimensione dell’abbandono, o meglio è un lasciarsi andare diversamente alla lettura. Le frasi sono intrecciate e costruite secondo metafore, giochi di parole, cura del discorso che mi parla di bellezza. La trama di forma e contenuto mi coinvolgono, rapiscono, e qualcosa del mio animo vibra, si risveglia. Qualcosa di dormiente torna a respirare, ed è una regione della mia umanità diversa da quella interpellata dalla filosofia. Sono esperienze che hanno anche affinità, ma voglio sottolinearne la differenza. L’arte fa sentire viva, in modo in parte inafferrabile e in parte non prevedibile, una zona umana che altrove è lasciata in disparte. È una esperienza che si presenta accompagnata da gioia.

Luca Signorelli, Madonna col Bambino tra i Santi Pietro, Paolo, Bernardo e Stefano. Predella con Storie del Battista, 1515-1520, olio su tavola trasportato su tela, Roma, Castel Sant’Angelo Polo Museale.

Per provare a spiegare e chiarire quanto scritto finora, voglio raccontare in poche parole un incontro avvenuto con un’opera del pittore Luca Signorelli, contemporaneo di Raffaello, Madonna col Bambino e santi. Pare che il primo sia stato messo in ombra dalla fama del secondo e che, a parere di alcuni, solo da poco sia stato riscoperto.

I protagonisti dell’opera sembrano quattro santi, due angeli, la Madonna e il Figlio: al centro domina il corpo di Maria; seduto in braccio a lei il Bambino; quattro santi li circondano, Bernardo, Stefano, Pietro, Paolo; due angeli coronano Maria. Alle spalle dei sei, si staglia un paesaggio scarno, nudo, essenziale: qualche monte, qualche albero, l’azzurro cielo. Il firmamento è alle spalle e potrebbe essere considerato un dettaglio irrilevante, eppure proprio l’azzurro cielo mi sembra che apra la possibilità di accogliere i protagonisti in primo piano e sembra allargarsi fino a me.

Diventa una metafora dell’esperienza estetica. Parte dall’incontro con l’opera per afferrare sia me sia l’opera stessa in una sola esperienza, in un solo accadere di verità.  Credo che il primo protagonista sia lo sfondo azzurro: riempie lo sguardo immediatamente. È luminoso, ed è esso che pone in primo piano i sei.

L’azzurro si intreccia con le fisionomie e gli altri colori che qua e là rendono l’opera vivace. È un misto che accoglie: ci si sente accolti dalla bellezza del quadro, capace di muovere in profondità i sentimenti. La bellezza, in quel quadro, è accogliente, e fa respirare e vibrare, come già scritto a proposito del classico della letteratura, l’umanità. Accade una liberazione estetica. E qui sta la verità che accennavo. Non alludo a una definizione, ma al sentire una terra della mia umanità che parla di apertura e di altezza. Mi sento umano e aperto all’accoglienza di altro non deciso da me, che mi sorprende. Prima di incontrare l’opera non potevo neanche immaginare quanto descritto.

Vado via dal museo con una domanda: è stata solo una bella esperienza? Ha lasciato qualcosa in me? Ha un senso, una direzione al di là, oltre il momento in cui l’ho esperita?

Per formulare la risposta potrebbe intervenire la conclusione della Lettera ventunesima di Schiller:

 Dunque, non è solo poeticamente permesso, ma anche filosoficamente giusto chiamare la bellezza la nostra seconda creatrice. Perché, quantunque essa ci renda semplicemente possibile l’umanità e lasci nel resto alla nostra libera volontà di stabilire fino a che punto vogliamo farla reale, questo però lo ha in comune con la nostra originaria creatrice, la natura, la quale parimenti non ci conferì nient’altro che l’essere capaci di umanità

L’arte avrebbe il compito di riportarmi alla pienezza della mia umanità, di ripresentarmi in qualche modo la mia umanità totale perché io ne possa decidere e possa decidermi consapevolmente. Restituisce me a me stesso perché possa essere sempre più pienamente umano: questa non vuole indicare una definizione ultima dell’esperienza estetica, ma un sentiero aperto. È un indirizzo verso il quale è possibile muovere dei passi per adempiere al compito di essere persona umana.

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